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Che titolo impegnativo ho scelto...la stanza delle meraviglie! E adesso che mi invento??

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martedì, 29 aprile 2008,ore 01:47

E' arrivato il quarto di secolo anche per me... fortuna che sono bionda e i capelli bianchi non si vedono.

Quelli del mio amore invece un pò si...domani (il 30) sono 30 per lui!

Mi sono fidanzata con un ladro di compleanni : ero la regina indiscussa di fine aprile e ora mi tocca dividere lo scettro di festeggiata con lui...ma la cosa più grave è dover dividere la torta!! ahahahah

Beh in realtà... ad essere proprio sincera...è bellissimo, mi sembra una ricorrenza tutta nostra, una specie di natale alternativo, festeggiare in due gli anni è veramente speciale...

Quindi faccio gli auguri a me e all'ador-ato/abile Simone e mi raccomando...inviateci  vagoni di crema antirughe!!!

(per l'indirizzo postale contattatemi in pvt)

 

ombrellina
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mercoledì, 02 aprile 2008,ore 11:14

"La felicità è un ponte dove due cuori che prima si ignoravano si scambiano l'anima"

Questa è una delle tante bellissime frasi che ha scritto monsignor Ma rio Canciani, il mio sacerdote preferito,  che mi ha fatto fare la prima comunione e poi la cresima, scomparso purtroppo qualche mese fa. Era amico di famiglia e molto noto a Roma perchè a San Giovanni dei Fiorentini faceva entrare a messa tutti gli animali e li benediva. Erano  messe speciali, sia per le parole bellissime che sapeva pronunciare, sia perchè erano piene di cagnolini e gatti e la cosa straordinaria era che stavano tutti in silenzio, buonissimi.

Dato che ultimamente (anche personalmente) mi è capitato spesso di parlare di matrimonio e non faccio che vedere coppie che si sgretolano in un soffio, sfogliando uno dei suoi libri, ho deciso di riportare questo brano che credo possa essere uno spunto di riflessione per tutti, credenti e non.

Un matrimonio vero.

L'amore coniugale è una sfida, un'attitudine, un orientamento costante, un atto di volontà. E' la decisione di unire la propria vita a quella di un'altra persona che si sceglie nell'essenza del suo essere.

Sono i giovanissimi spesso ad essere più innamorati dell'amore che non della persona.

Quando due persone, che sono estranee, lasciano improvvisamente cadere la parete che le divide, sentendosi vicine, unite, raggiungono una delle emozioni più eccitanti della vita. E' l'eterno miracolo che si ripete. "Anche se un uomo avesse tutte le ricchezze e non l'amore, al paragone le disprezzerebbe con un nulla" (Cantico dei cantici).

Un matrimonio vero non è un'infatuazione o una fuga dalla solitudine; tanto meno è un matrimonio d'interesse. Di quanti nostri amici e amiche, siamo venuti a sapere, con una amara sorpresa, del naufragio del loro matrimonio, nato pur in mezzo a tante speranze.

Possiamo analizzare le ragioni che portano alla fine di un amore? A volte le motivazioni sono estrinseche, come nel caso di quei due sindacalisti che si erano sposati al Comune, ma che si volevano separare perchè non riuscivano a risolvere il problema della politicizzazione dei loro sindacati. Un amico li aveva consigliati di venire da me. Ed io li convinsi che i motivi estrinsechi non possono far morire un unione.

A volte le motivazioni sono intrinseche all'unione : si sono sposati senza conoscersi sufficientemente. Man mano, l'antagonismo, gli screzi, la continua sopportazione ed altro, hanno messo in evidenza la mancanza assoluta di una qualsiasi complementarietà. Era perciò la natura stessa a non unirli. In questo caso, la separazione non è solo un diritto, ma anche un dovere. Dio unisce con la natura e non semplicemente con i segni di croce e la carta bollata: se la natura non unisce, Dio non unisce.

Un vero matrimonio si ha quando è la natura ad unire. Ciò è quanto di razionale è dietro al concetto di indissolubilità del matrimonio, ingiustamente deprezzato ai nostri giorni. Si fa dell'amore una reazione emotiva, esclusivamente spontanea e passionale, e si trascura il fattore fondamentale che è quello di volere. Amare non è solo un forte sentimento: è una scelta, una promessa, un impegno.

L'amore ridotto a pura sensazione non ha alcun presupposto di durata.

Che ne pensate voi, sposati e non?

ombrellina
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sabato, 29 marzo 2008,ore 09:56

E' danza di fiori

tremanti nel vento

che sfiora noi

nudi

tra giunchi di sogni intrecciati

e frutti sugosi di vita.

Solo sulle dita

polvere di farfalla

di questo nostro viaggio insieme.

ombrellina
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venerdì, 21 marzo 2008,ore 10:34

 

Dal legno

l'abbraccio lacerato

strappato

inchiodato

mi renda col sangue

stilla di luce.

 

ombrellina
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lunedì, 17 marzo 2008,ore 13:58

In una calda e umida sera di maggio, nel silenzio della quiete cittadina, indefinite figure col mantello scivolavano leggere nella notte, sfiorando appena i marciapiedi. Sparivano a mano a mano inghiottite da uno scantinato di periferia poco illuminato, saltando con agilità i gradini che lo separavano dal livello della strada.

All’ingresso, un energumeno dai muscoli guizzanti e la barba incolta, masticava un sigaro spento e chiedeva, sforzandosi di borbottare sottovoce : “Tu! Parola?”

“Azzurro” rispondevano uno ad uno emozionati, per poi sparire nella fessura di luce che la porta di ferro scorticato lasciava intravedere.

In meno di un’ora la sala sotterranea fu piena e la pesante porta venne chiusa dall’esterno con assordante rumore metallico.

Poiché evidentemente tutti si sentivano al sicuro, si sollevò un brusio di voci indistinte che tacque di colpo quando da una tenda di velluto sul fondo della sala, uscì un uomo anziano, canuto, dai lineamenti nobili e lo sguardo fiero. Tutti si inchinarono, abbassando il capo.

“Scusate un attimo” disse l’anziano verso il quale tutti erano rivolti, girandosi e armeggiando sotto il mantello lucido. “Ecco, eh, non ci sono più le calzamaglie di una volta”.

Un mormorio di approvazione fu la risposta.

“Sedetevi pure” disse accomodandosi lui stesso. “Ma ricordatevi di mantenere la segretezza miei cari, non parlate a voce troppo alta”. Accese il microfono e un fischio fece tremare l’intera sala.

“Ecco, prova prova…allora, dicevamo…Intanto bentrovati amici miei”,  iniziò l’uomo rivolgendosi ad una schiera di sorrisi smaglianti che lo osservavano con adorazione.

 “ Ho fortemente voluto quest’incontro prima del consueto ritrovo annuale, poiché, come ben sapete, la situazione non potrebbe essere più nera. I sondaggi parlano chiaro miei cari compagni…la maggioranza delle donne non crede più al Principe Azzurro”.

Un “oooooh” di terrore riempì l’ambiente, anche se tutti erano perfettamente a conoscenza del problema, sbandierato su tutte le riviste femminili e non.

“Noi, in quanto rappresentanti della corporazione Principi Azzurri dobbiamo fare qualcosa. Nessuna ha più fiducia in noi. Non ci aspettano. Perfino le ragazzine di tredici anni sono già disilluse. Ora, io sono vecchio e i miei anni di gloria sono passati, sono sposato da molto tempo, ma mia moglie continua a dire che sono il suo principe. Vorrei sapere, quanti di voi si sono sentiti definire così ultimamente?”

Nella sala aleggiò il silenzio, mentre ognuno si guardava intorno, imbarazzato.

“Cedete il posto sui mezzi pubblici? Aprite la portiera della macchina? Vi complimentate in maniera originale? Sapete dedicare il vostro tempo e le vostre energie alla donna? Sapete ancora fare la corte come i vecchi tempi? Sapete ASPETTARE??” incalzò il vecchio maestro.

Nessuno rispondeva. Solo qualche guancia col suo rossore la diceva lunga.

L’anziano principe abbracciò la sala con lo sguardo e fece un rapido calcolo: mancavano all’appello alcuni dei più bei ragazzi che la corporazione degli Azzurri avesse mai avuto. Quasi non aveva il coraggio di chiederne notizia.

“Dove sono molti dei nostri amici? Almeno una ventina…”

Dal fondo della sala un trentacinquenne o poco più, rispose affranto: “Veramente…so che molti hanno abbandonato…dicevano che ormai non conviene più essere un Azzurro se vuoi avere successo…”

“Si, è vero!” esplose il vicino. “Io sono stato lasciato dalla mia donna per uno della corporazione dei Bastardi! Mi ha detto che era più...”tenebroso e affascinante” e che “la faceva sentire viva!

Tutti gli Azzurri presenti si agitarono, quasi non riuscendo a restare seduti sulle sedie. “Calma! Calma!” disse il Maestro battendo la mano rugosa sul tavolo. “Qui non va. Non siete più convinti nemmeno voi. Che tempi! Se vi vedessero i nostri antichi Maestri! Loro, che uccidevano draghi, liberavano le donne, si sacrificavano, riuscivano ad indossare la calzamaglia ogni giorno della loro vita senza nemmeno lamentarsi o soffrire di eritemi!! Loro, sentendovi parlare e vedendo che cosa pensano molte donne di noi adesso…si vergognerebbero, si, si vergognerebbero come ladri!”

Si accasciò sulla sedia con le mani tra i capelli e continuò quasi sottovoce : “ So che la corporazione dei Bastardi Tenebrosi acquista nuovi adepti continuamente. Eppure, nonostante un successo semplice e immediato…quante donne poi sono veramente felici? A lungo termine intendo. Rifletteteci!”

Gli Azzurri erano felici di sentire quelle accalorate parole. Ne avevano bisogno. Un ragazzo coi capelli rossi e begli occhi verdi si aggiustò il nodo del mantello e disse timoroso: “Io credo che quando  una donna è affascinata da un Bastardo, in fondo pensa di poterlo pian piano cambiare e trasformarlo in un Azzurro…”

“Bravo ragazzo!” applaudì il vecchio maestro mentre quello si risedeva arrosito fino alla radice dei capelli, tanto da non distinguere più lo stacco. “E’ proprio così! Le donne ci vogliono ancora, ma non lo sanno o non vogliono ammetterlo per non restare deluse! Perché se continuiamo a disperderci in questo modo e a non avere fiducia, gli altri della corporazione avversa avranno il sopravvento e perderemo credibilità alimentando la disillusione femminile!”

Un lungo applauso concluse questo discorso. Tutti si sentivano rinfrancati. “Essere un Azzurro non riguarda solo i rapporti con le donne, ricordatevelo. E’ un qualcosa che tocca anche il resto della vita”.

In quel momento la porta si aprì ed entrò l’enorme energumeno con gli occhi lucidi. “Scusatemi” disse quasi singhiozzando, “ma stavo origliando là fuori e mi sono commosso” . Qualcuno gli porse un fazzoletto .“Io lo dicevo che quei Bastardi non valgono granchè…perché ci stanno da tutte le parti eh, di tutti i generi intendo. Io gliel’avevo detto al mio fidanzato…ma lui mi ha lasciato lo stesso per uno di loro” e quella ispida massa di muscoli esplose in lacrime, tirando su col naso.

“Bene, ci sono domande? Ulteriori chiarimenti? Altrimenti la riunione extra di stasera credo possa dirsi conclusa” intervenne il maestro dai capelli candidi.

 “Serbate nel cuore quanto abbiamo detto e riscoprite l’orgoglio di essere un Azzurro. Vedrete che avrete successo”.

Prima di uscire tutti si abbracciarono e poi si diedero appuntamento per il prossimo incontro.

Tornati all’esterno accolti dal respiro di una notte insolitamente calda, si separarono  rapidi e silenziosi per le vie della città, mentre le stelle brillavano su di loro e la luna rideva soddisfatta.

ombrellina
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lunedì, 10 marzo 2008,ore 18:15

Non dovrei, ma chiedo ugualmente perdono. Addio”.

Con un bigliettino vicino all’ingresso del nostro appartamento mi aveva lasciato. Poi era scomparsa. Puttana. Come tutte le donne.

Perfino lei, che s’illuminava con un sorriso e aveva gli occhi grigi come il cielo di marzo era come le altre. Io l’amavo perché lei era mia, soltanto mia. Ero il suo primo uomo. Nessun altro l’aveva toccata.

La sognavo giorno e notte quella profumatissima pelle di latte su un corpo quasi da bambina. Così giovane eppure già materna, con la voce che sapeva essere calda oppure di cristallo.

Anche quella mi aveva negato all’improvviso, cambiando numero di telefono.

La cercavo da tre mesi, delegando il lavoro ai miei soci, sembrava dissolta nell’aria. Cambiato casa, telefono, abitudini. Si nascondeva, forse aveva paura di guardarmi in faccia, la codarda.

Ma io non dovevo far altro che trovarla. Noi due dovevamo stare insieme, era scritto. Sapevo che prima o poi l’avrei rivista.

E così accadde.

Tra le auto nel traffico di un mattino grigio e umido, camminava parlando al cellulare, ridendo. Rideva, lei. Bellissima nel suo cappotto verde bottiglia. Gliel’avevo regalato io, lei lo aveva scelto in silenzio con gli occhi in una vetrina del centro. La vidi fermarsi dal fioraio dove comprò un piccolo mazzo di crisantemi. Sapevo che avrebbe scelto quelli. Diceva sempre che erano margherite colorate, non i fiori dei morti.

Scoprii che abitava in un vecchio palazzo di periferia dai balconi scrostati.

Lì era finita la mia topolina.

Tornai per due settimane, tutti i giorni, imparai i suoi orari. Ah, l’avrei coperta di regali la mia piccola Anita. Si può anche sbagliare a vent’anni.

Finchè, un giorno, la vidi rientrare con un altro. Un altro!

Mi si annebbiò la vista mentre il portone si richiudeva alle loro spalle e lui le cingeva la vita con un braccio. Vidi l’immagine della sua bocca, le sue cosce, il suo seno toccati, profanati da un altro!

Tornai a casa, con la fronte ghiacciata dal sudore, sconvolto.

Il giorno dopo era sabato, un sole pallido dietro le nuvole scaldava appena.

Comprai un grosso mazzo di crisantemi colorati, il cui profumo si mescolava a quello del mio dopobarba. Il suo preferito. Il portone del suo palazzo era aperto, salii a piedi fino al settimo piano. Quelle scale deserte, rovinate, con i muri scorticati, non erano per Anita. L’avevo abituata a ben altro, io. Arrivai davanti alla sua porta. Lessi con emozione il suo cognome e nascosi il viso dietro il mazzo di fiori. Alla terza scampanellata mi aprì. Quando abbassai i crisantemi, non mi piacque l’espressione che lessi sul suo bellissimo viso. Mi irritò. Fece per chiudere la porta, ma con un braccio la bloccai.

“Anita…” le dissi, “amore mio…”. Lei aveva paura. Ne percepii l’odore. Era bella, com’era bella. In canottiera e senza reggiseno, i capelli d’oro sciolti sulle spalle. Era mia.

“Cosa ci fai qui?” mi chiese in un soffio. Mi sembrò che volesse mantenersi tranquilla.

“Perché te ne sei andata?” piagnucolai. Lei mi sorrise. “Ti preparo un caffè”, mi disse. Tirò su i capelli con una molletta e si voltò. Le accarezzai con lo sguardo quel collo candido, da regina.

Poi estrassi dalla tasca la pistola e la puntai proprio lì dove aveva un neo perfetto.

“Troia. Mi tradisci. Ti ho vista.”

Il suo giovane corpo si pietrificò a contatto con il gelo della canna. La spinsi sul balcone. Non soffiava un alito di vento.

Era come congelata. Di nuovo mia, come un tempo.

Un attimo dopo nuotava nell’aria, scomposta.

Sentii soltanto il tonfo, mentre inserivo i crisantemi nel vaso sul tavolo. Estrassi dalla tasca il bigliettino con il quale mi aveva lasciato e lo poggiai sul letto.

Non la vidi, uscii dall’altra scala. I giornali pubblicarono le sue ultime parole “Non dovrei, ma chiedo ugualmente perdono. Addio” e parlarono di depressione.

Questo successe trent’anni fa.

Mia moglie non seppe allora e non ha mai saputo nulla.

ombrellina
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mercoledì, 05 marzo 2008,ore 01:15

Ci sono storie che travestiamo da amori solo perché ne abbiamo bisogno.

 

Un sole sfacciato inondava la stanza quella mattina di un maggio caldo e profumato. Martina si sgranchì le gambe e chiuse il portatile. Cercò un elastico per i capelli ribelli, lucidi e neri, li spazzolò e dopo averli annodati, sentendosi più leggera con le spalle libere, decise che avrebbe svuotato il cassetto che aveva adibito a “discarica” strettamente personale.

Si liberò di vecchi appunti universitari, di rossetti vecchi, agendine scadute, cartoline sbiadite delle quali nemmeno si leggeva il mittente, ritagli di giornali e collanine infantili. Poi la sua mano, allungata verso il fondo del cassetto, incontrò un foglietto accartocciato. Lo strinse fra le dita e lo aprì.

Ho in tasca il tuo sguardo…”

Era una poesia. Una sua poesia di quattro anni prima. Fece scorrere lo sguardo velocemente sui versi, sulla sua calligrafia precisa, pulita. Sorrise. Il destinatario non l’aveva mai letta, all’ultimo minuto se ne era vergognata. Accantonò la busta piena di ciafrusaglie da buttare e ripensò al giorno in cui era nato quel foglietto rosa.

Si rivide mentre abbassava la cornetta del telefono lentamente e si sdraiava sul letto. Aveva guardato la foto che la ritraeva insieme a Francesco nel giorno della sua laurea e si ricordò di come il sorriso appena nato le fosse morto sul viso ripensando alla lunghissima e recente conversazione con la sua migliore amica.

“Non ti dirà mai che ti ama” le era risuonato in testa quel pomeriggio di gennaio come un ritornello angoscioso e martellante. Con la testa affondata nel cuscino di lattice aveva intimamente dato ragione a Maria, perché era plausibile che lui non le avrebbe mai detto quello che lei voleva sentire. Due anni insieme, ma due anni di contraddizioni e di dubbi.

I ricordi iniziarono a rincorrersi e tornò a galla una Martina tremendamente insicura e frustrata che si chiedeva continuamente se lui fosse sincero oppure le mentisse quando era affettuoso con lei. “Dopo quanto tempo un ragazzo deve dirti che ti ama?” era solita chiedersi cercando conferme perfino sulle riviste femminili. “E’ importante dimostrarlo, non dirlo” qualcuno le aveva suggerito. Ma lei aveva un vuoto dentro che i gesti gentili di Francesco non riuscivano a colmare e che le impediva di sentirsi viva, anche quando era insieme a lui.

l’odore delle parole che non pronunci…”

Qui era stata decisamente poco criptica. Le tornò alla memoria il “raptus scribendi” che l’aveva costretta a comporre quei versi cercando un modo per comunicare a Francesco il disagio e il desiderio di chiarezza di sentimenti da parte sua. Ripensò alle notti in cui prima di addormentarsi si rigirava nel letto sperando di non dover chiedere se lui avesse o meno intenzioni serie dopo due anni insieme. Credeva di si, ma dentro di sé l’istinto di donna le diceva che la risposta sarebbe stata negativa, nonostante il mazzo di rose che ancora profumava la stanza, nonostante i regali, i ristoranti e i concerti.

Stringendo ancora il foglietto tra le dita, Martina si alzò e si affacciò alla finestra. I liceali si riversavano confusamente in strada come rumorose formiche colorate, calpestando le scritte d’amore sull’asfalto, ultima moda degli innamorati. Il sole di mezzogiorno aveva scaldato il davanzale sul quale appoggiò i gomiti. Con sorpresa si rese conto di indossare la stessa maglietta di quattro anni prima, passata ormai a indumento per casa. Proprio in quel cotone viola aveva avuto il coraggio di mettere Francesco con le spalle al muro, di fronte ad una coppa di gelato al pistacchio. Le parole le erano uscite dalla bocca da sole, finalmente liberate dopo due anni di logoranti congetture. Alla risposta di lui una cappa di buio quasi materiale l’aveva investita, congelandola sulla sedia del bar affollato. No, non l’amava, non l’amava affatto. Eppure non aveva alcuna intenzione di lasciarla.

“…torno a casa, vestita di te

“Che ridicola ero”, pensò Martina con leggero fastidio su quei versi. Francesco lo aveva lasciato lei, quel pomeriggio stesso. Aveva pianto, si era chiesta pietosamente cosa ci fosse in lei di sbagliato, ma dopo qualche tempo  alla tristezza era subentrato un senso di liberazione e di orgoglio per aver avuto il coraggio di affrontare la situazione di petto. Impiegò poco a capire che in fondo lei aveva soltanto creduto di amarlo.

Martina sobbalzò al trillo che l’avvisò di aver ricevuto un messaggio. Era Lorenzo. Leggendolo s’illuminò più del display del cellulare.

Se penso a quanto ti amo mi si bagnano gli occhi…ma a lavoro non posso! J Hai scelto le partecipazioni? Ci vediamo questa sera  amore mio.”

Chiuse la finestra con un sorriso mentre l’occhio le cadeva su due studenti che si baciavano seduti sul motorino. Piegò il foglietto rosa e accese di nuovo il portatile. “Magari questa la posto sul blog” , si disse mettendo la poesia da parte. Poi, felice,  si buttò sul letto stringendo il cuscino e rispose al messaggio.

 

 

Ho in tasca

Il tuo sguardo perso

Fra le mie ombre

Sulle mani

L’odore delle parole che non pronunci

Tra i capelli

Le tue spine che non graffiano.

Nuda

Fra la gente che non vede

Torno a casa,

vestita di te.

 

ombrellina
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venerdì, 29 febbraio 2008,ore 17:44

Oggi è il mio primo turno sul blog Caffè letterario 

Questo è il racconto che ho postato.

 

Ho freddo.
Sono io, è il mio corpo questo, che sussulta sul materasso? Sono vuota. Vuota, vuota…
Cos’è questo straccio intorno alla testa, soffoco…toglietemelo…
Ho freddo, tanto freddo Claude. Dove sei. Tutte queste voci intorno…la tua…dov’è la tua. E’ bianco…
(continua qui)
 
ombrellina
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martedì, 12 febbraio 2008,ore 22:19

Ispirato a Marc Chagall, Il Violinista, 1911. Dusseldorf, Kunstammlung Nordherin-Westfalen

(foto terribile del mio libro, ma  non sono riuscita a trovarlo decente in rete!)

 

Era un violinista Camille e nella vita riempiva le strade di musica.

Quando arrivava, le note si rincorrevano allegre nell’aria, sfiorando le facciate dei palazzi, restando impigliate ai cornicioni oppure correndo leggere nel vento che accarezzava la campagna russa.

Suonava così, in un vecchio e liso cappotto rosso, con un cappello un po’ logoro calato su quell’occhio che incuriosiva i ragazzi più grandi e spaventava i più piccoli che gli portavano le monete dei genitori.

“Con uno ho guardato Parigi e con l’altro adesso guardo la Russia”, diceva sempre sorridendo a chi gli chiedeva il perché di quell’occhio vuoto.

Camille se ne andava in giro libero e silenzioso come le nuvole in primavera.

A volte lo accompagnava un ragazzino russo, Iosif, che appariva e scompariva dalla sua vita come un passerotto nervoso in un cespuglio.

Era speciale Iosif. Parlava raramente e quasi senza mai aprire la bocca, ma quel poco che diceva bastava sempre a colmare i successivi silenzi.

“Suonando, tu parli al mondo e del mondo” disse un giorno il ragazzo al vecchio Camille che faceva scivolare l’archetto sulle corde.

Il violinista annuì sorridendo, con la testa piegata di lato, mentre dalle sue mani si propagava intorno una musica dolcissima. Ancora una volta si posava sui fiori, sui sassi e sulle tegole del tetto di una casa di campagna poco distante.

Facendo capriole in aria, improvvisamente le note si avvolsero ai polsi di due giovani, li attirarono verso la strana coppia e li fecero sedere di fronte, sull’erba fresca.

In silenzio, i quattro restarono vicini, mentre il sole pennellava i loro visi d’oro e d’arancio ed il violino continuava ad abbracciarli. I due ragazzi si strinsero le mani e senza dire nulla quel pomeriggio capirono che non si sarebbero mai lasciati.

Quando il cielo si fece turchino e gli alberi divennero sagome ritagliate di carta nera, Camille e Iosif si alzarono.

“Grazie…” sussurrarono i due giovani al vecchio, avviandosi per il sentiero di farina bianca dal quale erano venuti.

Con la prima stella della sera brillò una lacrima nell’occhio del violinista.

Anche Iosif si allontanò per un’altra strada, verso caldi e fumanti tetti di legno in lontananza.

Camille si strinse nel cappotto rosso, ripose il violino e lentamente s’incamminò.

A poco a poco la sua piccola figura serena scomparve, inghiottita da una luna d’argento.

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domenica, 10 febbraio 2008,ore 12:05

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martedì, 05 febbraio 2008,ore 18:30

Da tre mesi i loro incontri nel migliore dei casi terminavano nel lavandino che era stato teatro del loro primo appassionato amplesso e continuava ad essere il luogo più sicuro per via della coltre bianca e spumosa di detersivo. Ma l’irrefrenabile e infantile entusiasmo di Forchetta si unì al fuoco di Coltello e un maledetto giorno, dopo aver lavorato entrambi sul polpettone, ansiosi di tuffarsi il prima possibile nel loro talamo sui generis, fecero un imperdonabile errore.

Non si accorsero che in un angolo spuntava la graziosa chioma metallica di una forchettina da dessert poggiata lì per caso.

Dieci minuti più tardi, quest’ultima, visibilmente imbarazzata, confessava alla madre: “Mamma, ho visto che la mamma decorata della mia compagna Forchettina e quel bel Coltello d’argento facevano le zozzerie nel lavandino”.

Al rientro nel cassetto, Forchetta e Coltello trovarono il gelo. Un insulto sibilò nell’aria.

La bella posata d’argento si ritrovò adagiata in un covo di vipere.

Cucchiaio se ne stava in disparte, poggiato fortunatamente per sbaglio vicino ai figli che luccicavano in silenzio. Fu un momento, ma i due amanti ebbero la certezza che tutto era finito. Un turbinio di pensieri li stordiva. Uno su tutti, come avessero fatto a scoprirli.

“Non le bastava, a quella fanatica, di essersi sposata Cucchiaio!” ruppe il silenzio una rancorosa Forchetta evidentemente mal messa.

“Siete la vergogna di questo cassetto!”

“Davanti a una povera innocente, le vostre sconcezze!”

Nell’arco di qualche secondo non si capiva più nulla. Le frasi si sovrapponevano in un cacofonico concerto di voci piene di disprezzo, di rabbia e anche di rivincita.

Cucchiaio continuava a tacere, mentre Forchetta e Coltello erano colti dal panico.

 Negare? Confessare? Triste vita quella della posata, alla quale non è concessa nemmeno la possibilità di fuggire.

Nel cassetto continuava a regnare il caos: le forchette vomitavano tutto il loro astio e i coltelli ne approfittavano per condannare quell’intruso tanto affascinante.

I piccoli invece, ridevano eccitati nel vedere gli adulti tanto agitati, ma in realtà cercavano di esorcizzare la paura che in fondo li aveva colti.

“Basta! Silenzio!” urlò improvvisamente Cucchiaio.

Le sue parole fendettero l’aria come una spada. “Fate silenzio, vi prego. E’ora di dormire” disse poi con note dolenti. Per rispetto gli obbedirono.

Il mattino dopo era domenica, il giorno di lavoro più pieno, durante il quale ogni posata dava il suo contributo, o a tavola nell’apparecchiatura o semplicemente come strumento per cucinare. Poi finivano tutti nella lavastoviglie che era un’eccitante occasione di svago nonché mondana, perché si intrecciavano relazioni sociali e sentimentali nel cestello di quella macchina pulente.

 Di solito Forchetta, essendo diversa, non partecipava all’apparecchiatura, ma prestava lavoro per schiacciare o bucherellare cibi durante la preparazione. Lo stesso valeva per Coltello.

Grazie alla loro assenza, a tavola le posate poterono escogitare liberamente un modo per vendicarsi. Una forchetta dal manico bruciato incitava gli altri a punire i due in modo esemplare. Cucchiaio invece non sentiva nulla, immerso nella salsa tonnata fino al collo.

Fu così che, non unanimamente, ma per la spinta di alcune posate più avvelenate, decisero che avrebbero punito Forchetta durante il lavaggio nella lavastoviglie.

Quando lo sportello si richiuse lentamente su di loro, facendole precipitare nelle tenebre, la tensione era alle stelle. Il silenzio sinistro fece tremare Forchetta.

All’arrivo dell’acqua, in un turbine di schizzi e detersivo, le posate si scatenarono. Forchetta capì che l’avrebbero linciata. Neanche tentò di difendersi, ormai non poteva  amare Coltello, non le importava più di niente. Quest’ultimo invece si battè per lei, ma con scarsi risultati.

Un’ora e venti più tardi, due mani aprirono la lavastoviglie. Tra i vapori comparvero le posate, sudate. Il cestello venne sollevato. Forchetta e Coltello erano irrimediabilmente rovinati, pieni di graffi, ormai inservibili. Le mani, perplesse e al contempo rammaricate, prelevarono le due posate d’argento e le misero da parte.

Forchetta, ferita, si strinse vicino a Coltello, ridotto peggio di lei. Poi, improvvisamente, si sentirono avvolti in un delicato abbraccio di seta.

Fu così che inaspettatamente ebbero la possibilità di continuare ad amarsi riposti in un cassetto, stretti in un tovagliolo ricamato, tra vecchi cimeli rotti, santini e biglie di vetro colorato.

Vicini, si ossidarono lentamente insieme.

 

 

 

 

Se posso darvi un consiglio…state attenti a come apparecchiate.

ombrellina
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giovedì, 31 gennaio 2008,ore 01:04

La sera, a cena, Cucchiaio restò nel cassetto.

C’erano tre fette di arrosto nel piatto e toccò a Forchetta e Coltello lavorarle. Per più volte si sfiorarono. Forchetta cercava disperatamente di concentrarsi sul suo lavoro, ma la vista di Coltello che a pochi centimetri da lei affondava nella carne, tagliava, spezzettava con estrema facilità, la rapiva, estasiandola.

“E’ molto che sei qui in servizio?” le chiese d’un tratto lui. In un brivido lei gli rispose di si. Gli raccontò allora di come era nata, di quando le avevano inciso i fiori sul manico, dell’invidia delle altre, del suo incontro con Cucchiaio. Si erano ritrovati sempre vicini sul tovagliolo e lui era così tondo, rispettabile e lucido. Le aveva trasmesso sicurezza e nel giro di un mese si erano sposati. Ma lei era d’argento, unica superstite del servizio della nonna del proprietario e si sentiva a disagio tra i veleni delle colleghe d’acciaio.

“Ti capisco” la interruppe a questo punto Coltello con la tristezza sulla punta. “La mia storia è molto simile alla tua. Come vedi anche io sono d’argento, superstite di uno sfortunato servizio. Sono rimasto, per un tempo che non saprei nemmeno quantificare, inerte in un cassetto di una casa vuota. Finchè non sono stato prelevato e portato qui. Credevo che la mia vita fosse finita, ma…”  la guardò avvicinandosi a lei per tagliare l’ultimo pezzo di carne “…evidentemente mi sbagliavo”.

Forchetta tremò ancora.

Alla fine della cena si ritrovarono nel lavandino, perché le stoviglie da lavare erano poche e non era necessario l’ausilio della tecnologia.

Fu sott’acqua, protetti da un candido e tiepido velo di schiuma, che i due permisero alla passione di rompere gli argini vanamente imposti.

Più tardi, mentre si lasciava scivolare addosso le gocce d’acqua nello scolaposate, Forchetta si sentiva ancora fluttuare dopo quei minuti così intensi. Non si era accorta di trovarsi vicino alla grossa collega in legno addetta agli spaghetti. Erano buone amiche, lei sembrava capire tutti, era una di quelle posate con le quali parlare viene quasi automatico.

Si sentiva strana Forchetta. Combattuta tra il senso di colpa per aver ceduto così facilmente a Coltello e l’euforia che quei momenti le avevano donato. Forse era innamorata e aveva bisogno di confidarsi con qualcuno.

Scelse appunto la compagna, detta Forchettone per via delle sue dimensioni che la rendevano quasi mascolina. Le confessò tutto dal primo all’ultimo sospiro.

L’altra forchetta restò un legno muto.

Poi, come scossa all’improvviso, sbottò : “Io per anni ho tradito Mestolo con Coltello del pane!”

Fu così che l’amicizia tra le due si rinsaldò.  

Quelli che seguirono furono mesi di sotterfugi, silenzi e falsità. I due si amavano, la passione si era trasformata in un sentimento sconquassante. Coltello continuava ad essere assediato dalle forchette di qualità inferiore, ma non degnava d’uno sguardo neanche le più colorate e le più brillanti.

Forchetta si era fatta ancora più bella, splendeva come appena nata e Cucchiaio sembrava contento, anche se lo manifestava con moderazione, come del resto prendeva ogni cosa nella vita.

Il senso di colpa di lei era scomparso e aveva lasciato il posto alla pretesa di vivere queste emozioni in nome dell’Amore. Ogni volta a tavola era sempre meno discreta. Anche quando Cucchiaio era presente, cercava ogni modo per entrare in contatto con Coltello.

Si, Forchetta amava definirsi “ubriaca d’amore”.

Finchè, un giorno, tutto cambiò.

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ombrellina
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martedì, 29 gennaio 2008,ore 12:16

                                      

 

Quando Coltello fece il suo ingresso trionfale nella cucina, Cucchiaio indugiava ancora beatamente nella minestra calda, lasciandosi solleticare dai frammenti di pastina. Dallo scolaposate si sollevò un brusio addirittura più forte di quando dall’alto cambiavano detergente. Le forchette, agitate, cercavano di emanare bagliori intercettando la luce dalla finestra.

Forchetta, in servizio sulla tavola per quel pranzo, era rimasta pietrificata sul tovagliolo. Il nuovo arrivato era troppo bello per essere vero: lucente, slanciato, tagliente come lo erano solo i coltelli della vecchia generazione, fiero. Insomma, un vero coltello per il quale perdere la testa.

“Cosa c’è cara?” le chiese improvvisamente Cucchiaio riemergendo dalla scodella. Come al solito aveva i bordi coperti di formaggio sciolto, ma non se ne curava, indolente com’era.

“Niente tesoro. Di là si agitano tutte per il nuovo acquisto, quel Coltello lì…credo d’argento”. Forchetta cercava di dissimulare il suo interesse. Dopotutto Cucchiaio era suo marito da parecchio tempo; avevano avuto una graziosa forchettina da dessert e un cucchiaino da caffè molto vivace, ma adorabile. Anche se non era il massimo del brio come compagno di vita, era pur sempre il padre dei suoi figli e non poteva mancargli di rispetto.

“Perbacco, un Coltello d’argento. Strano che sia arrivato da solo. Spero di avere occasione di conoscerlo nel cassetto. Il mio ruolo mi impone di dargli il benvenuto fra noi.”

Cucchiaio era stato eletto temporaneamente “Posata dell’anno” dalla comunità. In realtà era soltanto in sostituzione della Paletta per dolci della quale si attendeva il ritorno in seguito ad una bruciatura, ma aveva preso troppo sul serio il ruolo assegnatogli.

“Sai, mi hanno detto che se il detentore del titolo non si fa vivo entro tre settimane dalla proclamazione, la nomina passa automaticamente a me”.

Come gongolava Cucchiaio! A volte Forchetta lo trovava davvero insopportabile. "Brutta cosa pensare questo del proprio marito", ripeteva spesso tra sé e sé. Cercando conferme, una volta l’aveva confidato all’amica Rondella, ma quella, abituata com’era a farsi girare la testa per qualsiasi cosa, era mezza matta e con la sua risata contagiosa le aveva detto: “Ma che ti frega! Ormai i bambini sono grandi, io un marito così tonto lo mollerei. Perché non mi sono mai sposata io secondo te? Ma per essere libera!!!”

In effetti Cucchiaio sembrava non accorgersi mai di nulla ed anche in questo caso, non si avvide del turbamento di Forchetta che osservava Coltello appoggiato sul pianale di marmo.

“Oddio che meraviglia di posata…è proprio diverso da tutti”.

Il lavaggio nella lavastoviglie le parve più lungo del solito quel pomeriggio. Cercò di lucidarsi l’acconciatura più che poteva.

Iniziò a sentirsi vecchia. Fino a quel giorno aveva portato con orgoglio la decorazione sul manico che la distingueva dalle altre, ma ora anche le forchette più comuni le sembravano più attraenti di lei. Quando venne stesa nel cassetto vicino ai cucchiaini, il suo piccolo le chiese :”Mamma, che hai fatto? Che bei denti lucidi che hai, li hai acconciati benissimo oggi!”.

Forchetta si commosse. Mai che Cucchiaio le dicesse qualcosa di simile. Eppure lei era la bellezza del servizio, non ci si poteva discutere sopra.

“Amore, nulla. Caffè oggi?”

“No”, rispose imbronciato il piccolo. “Hanno preso quel deficiente col manico rosso. Pallone gonfiato!”.

Si aprì il cassetto e dall’alto arrivò Coltello, più bello del sole. La sua lama rispecchiò per un attimo la luce del tramonto.

“Salve bel giovanotto, in veste di Posata dell’anno, ti dò il benvenuto a nome di tutta la comunità” disse tronfio Cucchiaio.

“Grazie infinite”. Laconico, calmo, sicuro di sé. Incredibilmente sexy. Questo pensava Forchetta ridotta ad una stalattite.

“Dimenticavo, questa è mia moglie, Forchetta”, riprese Cucchiaio, fiero di poter avere l’occasione di sfoggiare con qualcuno una moglie così bella.

“Splendida…” disse soltanto Coltello, guardandola intensamente. Forchetta riuscì soltanto a balbettare un grazie e un molto piacere.

Continua...

 

ombrellina
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venerdì, 11 gennaio 2008,ore 14:46

E’iniziato da poco questo 2008 e avendo il vizio di guardarmi alle spalle, ho cliccato sul gennaio 2007 per vedere cosa avevo scritto.

Un anno fa in questo stesso periodo ero impegnata in surreali conversazioni con lo specchio, alla ricerca di chiarezza; oggi mi ritrovo con un sorriso da ebete e gli occhi a forma di cuore come il famoso Spank di giapponese memoria.

Ho deciso di trascurare il blog, è vero. Mi toglie tempo e attenzione, che devo necessariamente dedicare ad altro. Però, dato che non ho più un supporto cartaceo sul quale annotare le date importanti (ho perso quest’abitudine quando ho scoperto che in casa mia la Stasi tedesca a confronto era un’organizzazione di dilettanti) , direi che posso scrivere qui il perché della mia metamorfosi in cagnolino innamorato.

Anche perché te lo devo proprio, caro blog.

Se non fosse stato per te a quest’ora non so se sarei tanto felice.

E vabbè, ormai non è un segreto. Il mio amore ed io siamo due blogger. Due blogger innamorati. A dire la verità lui ha lasciato morire da mesi la sua creaturina virtuale, non ci scrive più. Io la maltratto, ma più di tanto non riesco a staccarmene, ci sto bene qua dentro e spesso mi è servita da stimolo.

A metà del 2006 i nostri blog hanno cozzato l’uno contro l’altro. L’ultima cosa al mondo che potessi immaginare era che sarebbe finita così…eppure il 7 gennaio</