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Che titolo impegnativo ho scelto...la stanza delle meraviglie! E adesso che mi invento??

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sabato, 29 marzo 2008,ore 09:56

E' danza di fiori

tremanti nel vento

che sfiora noi

nudi

tra giunchi di sogni intrecciati

e frutti sugosi di vita.

Solo sulle dita

polvere di farfalla

di questo nostro viaggio insieme.

ombrellina
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categoria : poesia, amore, vita, diario, sogni, pezzettini di me



mercoledì, 26 marzo 2008,ore 14:29

Cari lettori,

(wow, ma veramente ho qualcuno che mi legge??!)

premetto che non so che piega prenderà questo post. In sostanza non so cosa scrivere. Ho la testa talmente piena di frasi, immagini,sapori, suoni e idee che mi ritrovo ad essere la sorellina immobile dell'asino di Buridano. La differenza però è che non ho solo due alternative davanti, ma molte di più, quindi nell'incertezza e nell'essere vittima del tempo tiranno, sto ferma e non scrivo.

E mica si può sempre scrivere! E su! C'è anche altro nella vita! No??

Mah, insomma, mica è tanto vero. Se nasci con la mannaia in testa del pallino della scrittura tutto il resto in fondo in fondo finisce in un modo o nell'altro ad essere  in "funzione di". Quante volte mi sono sorpresa a frugare nei cassonetti della mia spazzatura interiore per ripescare spunti e sensazioni da scrivere? Uh! Un'infinità di volte. E quante persone che hanno avuto la sventura (ovviamente i soggetti interessati non sono autorizzati a confermare la mia autoironia) di imbattersi in me sono finite o finiranno inchiodate a un foglio di carta? Se devi scrivere tutto va bene, "nun se butta gnente". A volte mi sento un pò una ladra. L'Arsenia Lupin delle vite altrui.

E vabbè.

 Direi che la mia riflessione quotidiana è terminata. Passiamo ad altro.

 Avevo una tag "diario" una volta. Questo blog non ha mai avuto un filo conduttore se non quello dell'essere una specie di deposito delle mie scorie mentali. Invidio molto chi riesce a mantenere una coerenza blogghistica. Però, più per egoismo personale (dato che alla fine sono io quella che sfoglia di anno in anno il blog per vedere cosa ho combinato) che per supposto vostro interesse, annoto qualche dettaglio della mia Pasqua.

Nonostante il tempaccio, la grandinata e le raffiche di vento, almeno "dentro" è stata una bella pasqua. In realtà anche fuori, per la compagnia. E' stata anche dolorosa. Sabato notte infatti, durante la veglia e  la messa, mi è colata tutta la cera bollente della candelina sulle dita.

Scherzi a parte, quest'anno sono inorridita per i prezzi esorbitanti delle uova pasquali e ho deciso che il prossimo anno comprerò lo stampo e lo farò da sola. Per ora ho iniziato questo percorso di bricolage alimentare con la colomba, rubata a quella con la vocetta da topo della Prova del Cuoco. E' venuta buonissima e con grande soddisfazione è scomparsa nelle fauci dei convitati.

L'altra novità è stata la decorazione delle uova. Quelle bianche! A me le uova color carne non piacciono proprio. Stavolta mamma è tornata a casa con 30 uova candide come la neve, quindi come non sbizzarrirsi con i colori alimentari?? Sabato pomeriggio mi sono armata di pennelli con mia sorella e abbiamo dato sfogo alla creatività. Molto apprezzate le mie uova optical anni '70.

Il tocco finale però, è stata la personalizzazione delle ultime quattro uova con le facce dei destinatari, Valentina, Simone, Alessandro ed io. Allego foto esplicativa

 

Ieri sera invece, Simone ed io, dopo una bellissima giornata da trottolini amorosi dududadada (che c'è di più bello nella vita??), siamo andati al cinema a vedere il nuovo film di Verdone, avendo voglia di continuare a tenere le sinapsi del cervello su off. E' nel complesso un film piacevole, il primo episodio non mi è piaciuto granchè, mi sembrava un pò forzato anche nella recitazione, il secondo è già più carino e con accenni di satira sociale, il terzo invece mi ha fatto veramente ridere, pur nella sua amarezza. Pensando a Moreno Vecchiarutti e Enza Sessa mi sono tornati in mente due personaggi che già all'epoca mi sembrarono veramente "verdoniani" e dei quali avevo narrato le gesta oltre un anno fa. Dato che la maggior parte di chi passa qui adesso non è la stessa di allora, mi scuso con chi lo lesse ma ripropongo il post per farvi fare due risate. Vi garantisco che non ho inventato nulla, è la cronaca di un incontro.

 

Rampa molto scoscesa e sconnessa, di quelle che se non cammini rasente il muro e non indossi scarponi da escursionista esperto rischi di entrare trionfalmente dalla porta principale sottoforma di valanga umana : ecco il meraviglioso accesso ad un magazzino di periferia, uno di quelli che vende tutto a poco prezzo, dallo scopettino del bagno alla borsetta in ecopelle per giovani donzelle trendissime.  Mi aggiro furtiva tra gli scaffali-muraglia cinese (perché la provenienza è quella) dei casalinghi, quando improvvisamente il mio sguardo si dilata verso interminati spazi al di là da quella… è il reparto abbigliamento, oltre il quale si affaccia un’oasi di radiosa serenità : la vasta distesa di scarpe. In questo locus amoenus appare come Erminia fra i commessi, una giovane donna straniera, estasiata di fronte a stivaloni di cartonpelle con tacco assassino. Abbastanza alta, piuttosto magra, viso semplice e poco truccato, indossa un lungo impermeabile beige abbottonato fino al collo e stretto in vita da una cinta e delle decolletè rosse. Poco più in là, vicino a degli improbabili camerini arrangiati con delle tendine in simil tovaglietta da picnic fuoriporta, un uomo sulla cinquantina con i capelli impomatati (anche se è anacronistico parlare di pomata per capelli, rende di più l’idea, dato che il gel doveva averlo spalmato direttamente con la cazzuola) parla al cellulare, sfoggiando un eloquio da membro senior dell’Accademia della Crusca. Tra un vaff e l’altro lancia sguardi tra il bramoso e il tenero alla signorina in impermeabile. Io, che non riesco a farmi mai i cavoletti miei, abbandonando mamma al suo destino nel reparto detersivi, inizio con nonchalance ad osservare i due soggetti, dei quali lui mi attira in modo particolare. Non riesco soprattutto a distogliere lo sguardo dalla collana d’oro al collo e dall’anello che spunta fra i pelazzi della mano. La quale mano poco dopo finisce su un fianco della ragazza, gesto accompagnato da uno “Scegli tutto quello che vuoi…” pronunciato con un tono e uno sguardo che Richard Gere in Pretty Woman nemmeno dopo anni di studi di fronte allo specchio sarebbe riuscito a ripetere.

Purtroppo quando i due si spostano nella selva selvaggia di vestiti appesi, sono costretta a raggiungere mamma dall’altra parte del magazzino, perdendoli di vista.

Fortunatamente la nostra gita fra i casalinghi si prolunga parecchio, tanto che con mia grande sorpresa ritrovo la coppia alle casse. Ed ora la scena clou.

I due sono alla cassa ma non hanno niente in mano. Mi cade lo sguardo sulle scarpe rosse di lei, che ora però spuntano da pantaloni gessati. La cassiera, distratta, chiede: “Mi dia, prego.”

Il tizio sfodera un sorriso da marpione tra l’ammiccante e il confidenziale. Le consegna soltanto dei cartellini. “La signorina ha tutto addosso…”. La cassiera ha un momento di smarrimento. La ragazza guarda il soffitto come se stesse da un’altra parte. Richard paga spiattellando le banconote sul  bancone (le casse sono come quelle del supermercato). “ La prossima volta prendiamo le scarpe, eh?”. Lei annuisce silenziosa. E se ne vanno a braccetto senza niente in mano.

Evidentemente all’inizio sotto l’impermeabile la Roberts dei poveri era nuda!!!

 

………….Al trash non c’è mai fine

Beh, adesso mi sembra proprio il caso di salutare... alla fine non sapevo cosa scrivere e ho scritto troppo! Baci a tutti!

Ombretta

ombrellina
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domenica, 23 marzo 2008,ore 10:53

Resurrezione, Luca Giordano (dopo il 1665), Residenzgalerie Salzburg, Austria.

ombrellina
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venerdì, 21 marzo 2008,ore 10:34

 

Dal legno

l'abbraccio lacerato

strappato

inchiodato

mi renda col sangue

stilla di luce.

 

ombrellina
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lunedì, 17 marzo 2008,ore 13:58

In una calda e umida sera di maggio, nel silenzio della quiete cittadina, indefinite figure col mantello scivolavano leggere nella notte, sfiorando appena i marciapiedi. Sparivano a mano a mano inghiottite da uno scantinato di periferia poco illuminato, saltando con agilità i gradini che lo separavano dal livello della strada.

All’ingresso, un energumeno dai muscoli guizzanti e la barba incolta, masticava un sigaro spento e chiedeva, sforzandosi di borbottare sottovoce : “Tu! Parola?”

“Azzurro” rispondevano uno ad uno emozionati, per poi sparire nella fessura di luce che la porta di ferro scorticato lasciava intravedere.

In meno di un’ora la sala sotterranea fu piena e la pesante porta venne chiusa dall’esterno con assordante rumore metallico.

Poiché evidentemente tutti si sentivano al sicuro, si sollevò un brusio di voci indistinte che tacque di colpo quando da una tenda di velluto sul fondo della sala, uscì un uomo anziano, canuto, dai lineamenti nobili e lo sguardo fiero. Tutti si inchinarono, abbassando il capo.

“Scusate un attimo” disse l’anziano verso il quale tutti erano rivolti, girandosi e armeggiando sotto il mantello lucido. “Ecco, eh, non ci sono più le calzamaglie di una volta”.

Un mormorio di approvazione fu la risposta.

“Sedetevi pure” disse accomodandosi lui stesso. “Ma ricordatevi di mantenere la segretezza miei cari, non parlate a voce troppo alta”. Accese il microfono e un fischio fece tremare l’intera sala.

“Ecco, prova prova…allora, dicevamo…Intanto bentrovati amici miei”,  iniziò l’uomo rivolgendosi ad una schiera di sorrisi smaglianti che lo osservavano con adorazione.

 “ Ho fortemente voluto quest’incontro prima del consueto ritrovo annuale, poiché, come ben sapete, la situazione non potrebbe essere più nera. I sondaggi parlano chiaro miei cari compagni…la maggioranza delle donne non crede più al Principe Azzurro”.

Un “oooooh” di terrore riempì l’ambiente, anche se tutti erano perfettamente a conoscenza del problema, sbandierato su tutte le riviste femminili e non.

“Noi, in quanto rappresentanti della corporazione Principi Azzurri dobbiamo fare qualcosa. Nessuna ha più fiducia in noi. Non ci aspettano. Perfino le ragazzine di tredici anni sono già disilluse. Ora, io sono vecchio e i miei anni di gloria sono passati, sono sposato da molto tempo, ma mia moglie continua a dire che sono il suo principe. Vorrei sapere, quanti di voi si sono sentiti definire così ultimamente?”

Nella sala aleggiò il silenzio, mentre ognuno si guardava intorno, imbarazzato.

“Cedete il posto sui mezzi pubblici? Aprite la portiera della macchina? Vi complimentate in maniera originale? Sapete dedicare il vostro tempo e le vostre energie alla donna? Sapete ancora fare la corte come i vecchi tempi? Sapete ASPETTARE??” incalzò il vecchio maestro.

Nessuno rispondeva. Solo qualche guancia col suo rossore la diceva lunga.

L’anziano principe abbracciò la sala con lo sguardo e fece un rapido calcolo: mancavano all’appello alcuni dei più bei ragazzi che la corporazione degli Azzurri avesse mai avuto. Quasi non aveva il coraggio di chiederne notizia.

“Dove sono molti dei nostri amici? Almeno una ventina…”

Dal fondo della sala un trentacinquenne o poco più, rispose affranto: “Veramente…so che molti hanno abbandonato…dicevano che ormai non conviene più essere un Azzurro se vuoi avere successo…”

“Si, è vero!” esplose il vicino. “Io sono stato lasciato dalla mia donna per uno della corporazione dei Bastardi! Mi ha detto che era più...”tenebroso e affascinante” e che “la faceva sentire viva!

Tutti gli Azzurri presenti si agitarono, quasi non riuscendo a restare seduti sulle sedie. “Calma! Calma!” disse il Maestro battendo la mano rugosa sul tavolo. “Qui non va. Non siete più convinti nemmeno voi. Che tempi! Se vi vedessero i nostri antichi Maestri! Loro, che uccidevano draghi, liberavano le donne, si sacrificavano, riuscivano ad indossare la calzamaglia ogni giorno della loro vita senza nemmeno lamentarsi o soffrire di eritemi!! Loro, sentendovi parlare e vedendo che cosa pensano molte donne di noi adesso…si vergognerebbero, si, si vergognerebbero come ladri!”

Si accasciò sulla sedia con le mani tra i capelli e continuò quasi sottovoce : “ So che la corporazione dei Bastardi Tenebrosi acquista nuovi adepti continuamente. Eppure, nonostante un successo semplice e immediato…quante donne poi sono veramente felici? A lungo termine intendo. Rifletteteci!”

Gli Azzurri erano felici di sentire quelle accalorate parole. Ne avevano bisogno. Un ragazzo coi capelli rossi e begli occhi verdi si aggiustò il nodo del mantello e disse timoroso: “Io credo che quando  una donna è affascinata da un Bastardo, in fondo pensa di poterlo pian piano cambiare e trasformarlo in un Azzurro…”

“Bravo ragazzo!” applaudì il vecchio maestro mentre quello si risedeva arrosito fino alla radice dei capelli, tanto da non distinguere più lo stacco. “E’ proprio così! Le donne ci vogliono ancora, ma non lo sanno o non vogliono ammetterlo per non restare deluse! Perché se continuiamo a disperderci in questo modo e a non avere fiducia, gli altri della corporazione avversa avranno il sopravvento e perderemo credibilità alimentando la disillusione femminile!”

Un lungo applauso concluse questo discorso. Tutti si sentivano rinfrancati. “Essere un Azzurro non riguarda solo i rapporti con le donne, ricordatevelo. E’ un qualcosa che tocca anche il resto della vita”.

In quel momento la porta si aprì ed entrò l’enorme energumeno con gli occhi lucidi. “Scusatemi” disse quasi singhiozzando, “ma stavo origliando là fuori e mi sono commosso” . Qualcuno gli porse un fazzoletto .“Io lo dicevo che quei Bastardi non valgono granchè…perché ci stanno da tutte le parti eh, di tutti i generi intendo. Io gliel’avevo detto al mio fidanzato…ma lui mi ha lasciato lo stesso per uno di loro” e quella ispida massa di muscoli esplose in lacrime, tirando su col naso.

“Bene, ci sono domande? Ulteriori chiarimenti? Altrimenti la riunione extra di stasera credo possa dirsi conclusa” intervenne il maestro dai capelli candidi.

 “Serbate nel cuore quanto abbiamo detto e riscoprite l’orgoglio di essere un Azzurro. Vedrete che avrete successo”.

Prima di uscire tutti si abbracciarono e poi si diedero appuntamento per il prossimo incontro.

Tornati all’esterno accolti dal respiro di una notte insolitamente calda, si separarono  rapidi e silenziosi per le vie della città, mentre le stelle brillavano su di loro e la luna rideva soddisfatta.

ombrellina
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lunedì, 10 marzo 2008,ore 18:15

Non dovrei, ma chiedo ugualmente perdono. Addio”.

Con un bigliettino vicino all’ingresso del nostro appartamento mi aveva lasciato. Poi era scomparsa. Puttana. Come tutte le donne.

Perfino lei, che s’illuminava con un sorriso e aveva gli occhi grigi come il cielo di marzo era come le altre. Io l’amavo perché lei era mia, soltanto mia. Ero il suo primo uomo. Nessun altro l’aveva toccata.

La sognavo giorno e notte quella profumatissima pelle di latte su un corpo quasi da bambina. Così giovane eppure già materna, con la voce che sapeva essere calda oppure di cristallo.

Anche quella mi aveva negato all’improvviso, cambiando numero di telefono.

La cercavo da tre mesi, delegando il lavoro ai miei soci, sembrava dissolta nell’aria. Cambiato casa, telefono, abitudini. Si nascondeva, forse aveva paura di guardarmi in faccia, la codarda.

Ma io non dovevo far altro che trovarla. Noi due dovevamo stare insieme, era scritto. Sapevo che prima o poi l’avrei rivista.

E così accadde.

Tra le auto nel traffico di un mattino grigio e umido, camminava parlando al cellulare, ridendo. Rideva, lei. Bellissima nel suo cappotto verde bottiglia. Gliel’avevo regalato io, lei lo aveva scelto in silenzio con gli occhi in una vetrina del centro. La vidi fermarsi dal fioraio dove comprò un piccolo mazzo di crisantemi. Sapevo che avrebbe scelto quelli. Diceva sempre che erano margherite colorate, non i fiori dei morti.

Scoprii che abitava in un vecchio palazzo di periferia dai balconi scrostati.

Lì era finita la mia topolina.

Tornai per due settimane, tutti i giorni, imparai i suoi orari. Ah, l’avrei coperta di regali la mia piccola Anita. Si può anche sbagliare a vent’anni.

Finchè, un giorno, la vidi rientrare con un altro. Un altro!

Mi si annebbiò la vista mentre il portone si richiudeva alle loro spalle e lui le cingeva la vita con un braccio. Vidi l’immagine della sua bocca, le sue cosce, il suo seno toccati, profanati da un altro!

Tornai a casa, con la fronte ghiacciata dal sudore, sconvolto.

Il giorno dopo era sabato, un sole pallido dietro le nuvole scaldava appena.

Comprai un grosso mazzo di crisantemi colorati, il cui profumo si mescolava a quello del mio dopobarba. Il suo preferito. Il portone del suo palazzo era aperto, salii a piedi fino al settimo piano. Quelle scale deserte, rovinate, con i muri scorticati, non erano per Anita. L’avevo abituata a ben altro, io. Arrivai davanti alla sua porta. Lessi con emozione il suo cognome e nascosi il viso dietro il mazzo di fiori. Alla terza scampanellata mi aprì. Quando abbassai i crisantemi, non mi piacque l’espressione che lessi sul suo bellissimo viso. Mi irritò. Fece per chiudere la porta, ma con un braccio la bloccai.

“Anita…” le dissi, “amore mio…”. Lei aveva paura. Ne percepii l’odore. Era bella, com’era bella. In canottiera e senza reggiseno, i capelli d’oro sciolti sulle spalle. Era mia.

“Cosa ci fai qui?” mi chiese in un soffio. Mi sembrò che volesse mantenersi tranquilla.

“Perché te ne sei andata?” piagnucolai. Lei mi sorrise. “Ti preparo un caffè”, mi disse. Tirò su i capelli con una molletta e si voltò. Le accarezzai con lo sguardo quel collo candido, da regina.

Poi estrassi dalla tasca la pistola e la puntai proprio lì dove aveva un neo perfetto.

“Troia. Mi tradisci. Ti ho vista.”

Il suo giovane corpo si pietrificò a contatto con il gelo della canna. La spinsi sul balcone. Non soffiava un alito di vento.

Era come congelata. Di nuovo mia, come un tempo.

Un attimo dopo nuotava nell’aria, scomposta.

Sentii soltanto il tonfo, mentre inserivo i crisantemi nel vaso sul tavolo. Estrassi dalla tasca il bigliettino con il quale mi aveva lasciato e lo poggiai sul letto.

Non la vidi, uscii dall’altra scala. I giornali pubblicarono le sue ultime parole “Non dovrei, ma chiedo ugualmente perdono. Addio” e parlarono di depressione.

Questo successe trent’anni fa.

Mia moglie non seppe allora e non ha mai saputo nulla.

ombrellina
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mercoledì, 05 marzo 2008,ore 01:15

Ci sono storie che travestiamo da amori solo perché ne abbiamo bisogno.

 

Un sole sfacciato inondava la stanza quella mattina di un maggio caldo e profumato. Martina si sgranchì le gambe e chiuse il portatile. Cercò un elastico per i capelli ribelli, lucidi e neri, li spazzolò e dopo averli annodati, sentendosi più leggera con le spalle libere, decise che avrebbe svuotato il cassetto che aveva adibito a “discarica” strettamente personale.

Si liberò di vecchi appunti universitari, di rossetti vecchi, agendine scadute, cartoline sbiadite delle quali nemmeno si leggeva il mittente, ritagli di giornali e collanine infantili. Poi la sua mano, allungata verso il fondo del cassetto, incontrò un foglietto accartocciato. Lo strinse fra le dita e lo aprì.

Ho in tasca il tuo sguardo…”

Era una poesia. Una sua poesia di quattro anni prima. Fece scorrere lo sguardo velocemente sui versi, sulla sua calligrafia precisa, pulita. Sorrise. Il destinatario non l’aveva mai letta, all’ultimo minuto se ne era vergognata. Accantonò la busta piena di ciafrusaglie da buttare e ripensò al giorno in cui era nato quel foglietto rosa.

Si rivide mentre abbassava la cornetta del telefono lentamente e si sdraiava sul letto. Aveva guardato la foto che la ritraeva insieme a Francesco nel giorno della sua laurea e si ricordò di come il sorriso appena nato le fosse morto sul viso ripensando alla lunghissima e recente conversazione con la sua migliore amica.

“Non ti dirà mai che ti ama” le era risuonato in testa quel pomeriggio di gennaio come un ritornello angoscioso e martellante. Con la testa affondata nel cuscino di lattice aveva intimamente dato ragione a Maria, perché era plausibile che lui non le avrebbe mai detto quello che lei voleva sentire. Due anni insieme, ma due anni di contraddizioni e di dubbi.

I ricordi iniziarono a rincorrersi e tornò a galla una Martina tremendamente insicura e frustrata che si chiedeva continuamente se lui fosse sincero oppure le mentisse quando era affettuoso con lei. “Dopo quanto tempo un ragazzo deve dirti che ti ama?” era solita chiedersi cercando conferme perfino sulle riviste femminili. “E’ importante dimostrarlo, non dirlo” qualcuno le aveva suggerito. Ma lei aveva un vuoto dentro che i gesti gentili di Francesco non riuscivano a colmare e che le impediva di sentirsi viva, anche quando era insieme a lui.

l’odore delle parole che non pronunci…”

Qui era stata decisamente poco criptica. Le tornò alla memoria il “raptus scribendi” che l’aveva costretta a comporre quei versi cercando un modo per comunicare a Francesco il disagio e il desiderio di chiarezza di sentimenti da parte sua. Ripensò alle notti in cui prima di addormentarsi si rigirava nel letto sperando di non dover chiedere se lui avesse o meno intenzioni serie dopo due anni insieme. Credeva di si, ma dentro di sé l’istinto di donna le diceva che la risposta sarebbe stata negativa, nonostante il mazzo di rose che ancora profumava la stanza, nonostante i regali, i ristoranti e i concerti.

Stringendo ancora il foglietto tra le dita, Martina si alzò e si affacciò alla finestra. I liceali si riversavano confusamente in strada come rumorose formiche colorate, calpestando le scritte d’amore sull’asfalto, ultima moda degli innamorati. Il sole di mezzogiorno aveva scaldato il davanzale sul quale appoggiò i gomiti. Con sorpresa si rese conto di indossare la stessa maglietta di quattro anni prima, passata ormai a indumento per casa. Proprio in quel cotone viola aveva avuto il coraggio di mettere Francesco con le spalle al muro, di fronte ad una coppa di gelato al pistacchio. Le parole le erano uscite dalla bocca da sole, finalmente liberate dopo due anni di logoranti congetture. Alla risposta di lui una cappa di buio quasi materiale l’aveva investita, congelandola sulla sedia del bar affollato. No, non l’amava, non l’amava affatto. Eppure non aveva alcuna intenzione di lasciarla.

“…torno a casa, vestita di te

“Che ridicola ero”, pensò Martina con leggero fastidio su quei versi. Francesco lo aveva lasciato lei, quel pomeriggio stesso. Aveva pianto, si era chiesta pietosamente cosa ci fosse in lei di sbagliato, ma dopo qualche tempo  alla tristezza era subentrato un senso di liberazione e di orgoglio per aver avuto il coraggio di affrontare la situazione di petto. Impiegò poco a capire che in fondo lei aveva soltanto creduto di amarlo.

Martina sobbalzò al trillo che l’avvisò di aver ricevuto un messaggio. Era Lorenzo. Leggendolo s’illuminò più del display del cellulare.

Se penso a quanto ti amo mi si bagnano gli occhi…ma a lavoro non posso! J Hai scelto le partecipazioni? Ci vediamo questa sera  amore mio.”

Chiuse la finestra con un sorriso mentre l’occhio le cadeva su due studenti che si baciavano seduti sul motorino. Piegò il foglietto rosa e accese di nuovo il portatile. “Magari questa la posto sul blog” , si disse mettendo la poesia da parte. Poi, felice,  si buttò sul letto stringendo il cuscino e rispose al messaggio.

 

 

Ho in tasca

Il tuo sguardo perso

Fra le mie ombre

Sulle mani

L’odore delle parole che non pronunci

Tra i capelli

Le tue spine che non graffiano.

Nuda

Fra la gente che non vede

Torno a casa,

vestita di te.

 

ombrellina
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