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Che titolo impegnativo ho scelto...la stanza delle meraviglie! E adesso che mi invento??

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venerdì, 29 febbraio 2008,ore 17:44

Oggi è il mio primo turno sul blog Caffè letterario 

Questo è il racconto che ho postato.

 

Ho freddo.
Sono io, è il mio corpo questo, che sussulta sul materasso? Sono vuota. Vuota, vuota…
Cos’è questo straccio intorno alla testa, soffoco…toglietemelo…
Ho freddo, tanto freddo Claude. Dove sei. Tutte queste voci intorno…la tua…dov’è la tua. E’ bianco…
(continua qui)
 
ombrellina
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giovedì, 28 febbraio 2008,ore 13:02

Dieci anni fa vivevo come un trauma non avere la Smemoranda, avrei donato un rene per la tuta dell’Adidas con la doppia banda laterale e avevo 8 in latino e greco.

Ero una ragazzina senza poster appesi in camera.

Il mio idolo era Emile Zola e progettavo un nuovo ciclo dei Rougon- Macquart.

Combattevo l’onicofagia a suon di smalti glitterati e sognavo una trousse tutta mia. Molte compagne di classe rubavano a man bassa i trucchi alla Upim e io mi indignavo e vergognavo per loro.

Già, dieci anni fa ero il classico pesce fuor d’acqua.

Leggevo moltissimo e arrossivo per qualsiasi cosa, pensieri compresi. Vivevo in una campana di vetro, soffocata dalla bambagia.

Vomitavo parole scritte. A volte anche cibo.

Mantenevo i riflessi pronti correndo alla radio per spingere Rec su uno stereo baracchetta e immortalare sul nastro della cassetta le canzoni. Appellandomi al mio inglese scolastico cercavo di decifrare il testo di I don’t want to miss a thing degli Aerosmith.

Mi lamentavo – ah, se mi lamentavo!- ma ridevo anche e tanto.

Dieci anni fa partecipavo spaesata alle manifestazioni sotto il provveditorato e andavo a scuola di pomeriggio una settimana al mese, per mancanza di aule. Credevo che nella metropolitana girassero mostri e assassini e prendevo l’autobus sempre titubante.

Non riuscivo a dire le parolacce e la mia inseparabile compagna di banco mi prendeva in giro perché ero troppo buona ed educata.

Andavo a teatro almeno due volte al mese.

Dieci anni fa la sera, prima di addormentarmi, sognavo il mio primo bacio. Chiudevo gli occhi, mi trasferivo naufraga su un’isola deserta col bello di turno e mi baciavo la mano pensando che fosse la sua bocca. A quasi quindici anni se non hai mai avuto un ragazzo e non hai ancora dato il primo bacio sei pericolosamente vicina al diventare una sfigata, quindi meglio essere preparata.

Stilavo segretissime “classifiche di piacimento” dei maschi della classe, cambiando la graduatoria continuamente…ma già era tanto se li salutavo.

C’erano i “Tresca Party” al Gilda dieci anni fa.

Ma io aspettavo il principe azzurro, mentre ascoltavo rapita i resoconti di quei pomeriggi insoliti e piccanti.

Mi ponevo domande filosofico esistenziali e poi giocavo ancora a Barbie con Valentina, di nascosto.

 

 

Questa notte ho scoperto che il 28 febbraio 1998, scrissi queste parole sul diario parlando a me stessa nei panni della coscienza:

 “Chissà come sarai nel 2008…ti sarai laureata in lettere? Avrai finalmente un fidanzato? Vivrai da sola? Devi diventare una bella persona, onesta , buona e coerente. Devi andare avanti per la tua strada, non lasciarti distrarre dalle frivolezze del mondo, non perdere il tempo, è prezioso! Lo sai quante soddisfazioni ti attendono? Non lasciartele rubare da qualcun altro. Ma non dimenticare: cogli anche le batoste e sii sempre pronta a riceverne”.

Oggi, leggendo quelle righe, a parte ridere per l’inserimento delle  “frivolezze”, termine che neanche mia nonna in carriola userebbe, che posso dire se non sconcertarmi e ammettere che…

cazzarola ma allora ero molto più saggia dieci anni fa!!!!

Ho trovato una foto del 1998, che quattordicenne classica

ombrellina
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categoria : riflessioni, ricordi, vita, diario, sogni, foto, deliri mattutini, pezzettini di me



venerdì, 22 febbraio 2008,ore 20:20

-   Che fai?

-   Scrivo. Che c’è, vuoi giocare?

-   No.

-   E che vuoi fare?

-   Ti guardo.

-   Allora resta qui vicino a me…siediti.

    (silenzio)

-   Mamma, ma come fanno tutte quelle parole a stare nascoste nella pancia della penna?

-   Ah. Bella domanda questa. Mmm…

-   Non lo sai?

-   Si che lo so. Ehm…

-   Non lo sai.

-  Stai a sentire…Tu non te lo ricordi, ma anche tu dormivi nella mia pancia. Loro sono come te, aspettano tutte piccole piccole, strette strette nelle penne, nelle matite e in tutto quello che scrive…  finchè qualcuno non le fa uscire.

-   Veramente?

-   Certo.

-   Ma tutte quante? Pure quelle della scuola? Pure i gessetti della lavagna?

-   Tutte. I gessetti un po’ meno.

-   Ma non è vero, io non sono capace…non mi esce niente!

-   Invece si che sei capace, però ancora non lo sai. Impari piano piano. E più sarai speciale più le         penne e le matite saranno felici di starti in mano.

-   Ma è una cosa facile, tipo…tipo che tu posi la punta sul foglio e loro escono?

-   Si, però prima escono da qui.

-   Ma  hai detto che stavano nelle penne!

-   Eh, ma le penne le prendono dal cuore. Le parole nascono lì dentro, poi volano trasparenti e si   infilano nella penna o nelle matite.

-   Ma io non me ne ero mai accorta. Ma sei sicura??

-  Certo che sono sicura. Solo che non si vede! E’ una magia. Non dirlo a nessuno.

-   E’un segreto?

-   Certo, se no che magia è.

- Allora vuol dire che dentro al cuore ho tante parole nascoste e se sono magica le possono         leggere anche gli altri?

-   Si! Bravissima! Proprio così.

   (silenzio)

-  Mamma…allora io pure ho un altro segreto.

-  E’ un segreto che si può dire?

-  Si, tu lo puoi sapere.

-  Ah, grazie.

-  Ho deciso che farò da grande.

-  Che cosa?

-  La scrittrice.

 

ombrellina
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mercoledì, 20 febbraio 2008,ore 11:52

Ai deboli di cuore sconsiglio vivamente la lettura di questo breve racconto sadomasochistico.

I miei passi riempiono il corridoio in penombra. Attraverso il pavimento le vibrazioni ti raggiungono e ti penetrano dentro. Tremi, ti sento. Mi aspetti e mi temi.  Tocco la maniglia fredda d’ottone. La parete inghiotte la porta a scrigno, lentamente. Un altro gesto secco della mano e si richiude dietro le mie spalle in un rantolo silenzioso. Eccoti. Non vuoi, lo so. Devo farlo. Non voglio, forse mi fai pena, ma devo. Sei gelida, ma come sempre non ti ribelli.

Mi spoglio lentamente. Tu sei lì, muta. La luce glaciale della stanza si riempie della nostra immagine moltiplicata dagli specchi. Forse dovrebbero eccitarmi, invece mi infastidiscono. I miei vestiti scivolano a terra. Mi guardi. Sarà veloce e dopo farà più male a me che a te. Immagino cosa stai pensando. Perché proprio io, perché mi fai questo. Perché proprio oggi, lasciami un attimo di respiro, non ce la faccio ogni giorno.

Si, pensi questo, è evidente. Ma lo sai, io ti odio.

Il pavimento mi sta ghiacciando i piedi nudi. E’ il momento. Continui ad essere immobile, sai che non puoi fuggire.

Ti prendo e ti avvicino a me. Chiudo gli occhi.

Poi ti salgo sopra…

…mia povera bilancia.

ombrellina
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lunedì, 18 febbraio 2008,ore 01:17

Riempimi

 

Sono bocca

 

Ulcerata e nera

 

Non senti?

 

Urlo carta

 

E ho fame di morte

 

Dammi

 

Punizione e premio

 

Di peccati e meriti

 

Altrui.

*********************************

Posto oggi queste mie relativamente vecchie parole come un capitolo chiuso.

Per sempre.

ombrellina
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martedì, 12 febbraio 2008,ore 22:19

Ispirato a Marc Chagall, Il Violinista, 1911. Dusseldorf, Kunstammlung Nordherin-Westfalen

(foto terribile del mio libro, ma  non sono riuscita a trovarlo decente in rete!)

 

Era un violinista Camille e nella vita riempiva le strade di musica.

Quando arrivava, le note si rincorrevano allegre nell’aria, sfiorando le facciate dei palazzi, restando impigliate ai cornicioni oppure correndo leggere nel vento che accarezzava la campagna russa.

Suonava così, in un vecchio e liso cappotto rosso, con un cappello un po’ logoro calato su quell’occhio che incuriosiva i ragazzi più grandi e spaventava i più piccoli che gli portavano le monete dei genitori.

“Con uno ho guardato Parigi e con l’altro adesso guardo la Russia”, diceva sempre sorridendo a chi gli chiedeva il perché di quell’occhio vuoto.

Camille se ne andava in giro libero e silenzioso come le nuvole in primavera.

A volte lo accompagnava un ragazzino russo, Iosif, che appariva e scompariva dalla sua vita come un passerotto nervoso in un cespuglio.

Era speciale Iosif. Parlava raramente e quasi senza mai aprire la bocca, ma quel poco che diceva bastava sempre a colmare i successivi silenzi.

“Suonando, tu parli al mondo e del mondo” disse un giorno il ragazzo al vecchio Camille che faceva scivolare l’archetto sulle corde.

Il violinista annuì sorridendo, con la testa piegata di lato, mentre dalle sue mani si propagava intorno una musica dolcissima. Ancora una volta si posava sui fiori, sui sassi e sulle tegole del tetto di una casa di campagna poco distante.

Facendo capriole in aria, improvvisamente le note si avvolsero ai polsi di due giovani, li attirarono verso la strana coppia e li fecero sedere di fronte, sull’erba fresca.

In silenzio, i quattro restarono vicini, mentre il sole pennellava i loro visi d’oro e d’arancio ed il violino continuava ad abbracciarli. I due ragazzi si strinsero le mani e senza dire nulla quel pomeriggio capirono che non si sarebbero mai lasciati.

Quando il cielo si fece turchino e gli alberi divennero sagome ritagliate di carta nera, Camille e Iosif si alzarono.

“Grazie…” sussurrarono i due giovani al vecchio, avviandosi per il sentiero di farina bianca dal quale erano venuti.

Con la prima stella della sera brillò una lacrima nell’occhio del violinista.

Anche Iosif si allontanò per un’altra strada, verso caldi e fumanti tetti di legno in lontananza.

Camille si strinse nel cappotto rosso, ripose il violino e lentamente s’incamminò.

A poco a poco la sua piccola figura serena scomparve, inghiottita da una luna d’argento.

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domenica, 10 febbraio 2008,ore 12:05

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martedì, 05 febbraio 2008,ore 18:30

Da tre mesi i loro incontri nel migliore dei casi terminavano nel lavandino che era stato teatro del loro primo appassionato amplesso e continuava ad essere il luogo più sicuro per via della coltre bianca e spumosa di detersivo. Ma l’irrefrenabile e infantile entusiasmo di Forchetta si unì al fuoco di Coltello e un maledetto giorno, dopo aver lavorato entrambi sul polpettone, ansiosi di tuffarsi il prima possibile nel loro talamo sui generis, fecero un imperdonabile errore.

Non si accorsero che in un angolo spuntava la graziosa chioma metallica di una forchettina da dessert poggiata lì per caso.

Dieci minuti più tardi, quest’ultima, visibilmente imbarazzata, confessava alla madre: “Mamma, ho visto che la mamma decorata della mia compagna Forchettina e quel bel Coltello d’argento facevano le zozzerie nel lavandino”.

Al rientro nel cassetto, Forchetta e Coltello trovarono il gelo. Un insulto sibilò nell’aria.

La bella posata d’argento si ritrovò adagiata in un covo di vipere.

Cucchiaio se ne stava in disparte, poggiato fortunatamente per sbaglio vicino ai figli che luccicavano in silenzio. Fu un momento, ma i due amanti ebbero la certezza che tutto era finito. Un turbinio di pensieri li stordiva. Uno su tutti, come avessero fatto a scoprirli.

“Non le bastava, a quella fanatica, di essersi sposata Cucchiaio!” ruppe il silenzio una rancorosa Forchetta evidentemente mal messa.

“Siete la vergogna di questo cassetto!”

“Davanti a una povera innocente, le vostre sconcezze!”

Nell’arco di qualche secondo non si capiva più nulla. Le frasi si sovrapponevano in un cacofonico concerto di voci piene di disprezzo, di rabbia e anche di rivincita.

Cucchiaio continuava a tacere, mentre Forchetta e Coltello erano colti dal panico.

 Negare? Confessare? Triste vita quella della posata, alla quale non è concessa nemmeno la possibilità di fuggire.

Nel cassetto continuava a regnare il caos: le forchette vomitavano tutto il loro astio e i coltelli ne approfittavano per condannare quell’intruso tanto affascinante.

I piccoli invece, ridevano eccitati nel vedere gli adulti tanto agitati, ma in realtà cercavano di esorcizzare la paura che in fondo li aveva colti.

“Basta! Silenzio!” urlò improvvisamente Cucchiaio.

Le sue parole fendettero l’aria come una spada. “Fate silenzio, vi prego. E’ora di dormire” disse poi con note dolenti. Per rispetto gli obbedirono.

Il mattino dopo era domenica, il giorno di lavoro più pieno, durante il quale ogni posata dava il suo contributo, o a tavola nell’apparecchiatura o semplicemente come strumento per cucinare. Poi finivano tutti nella lavastoviglie che era un’eccitante occasione di svago nonché mondana, perché si intrecciavano relazioni sociali e sentimentali nel cestello di quella macchina pulente.

 Di solito Forchetta, essendo diversa, non partecipava all’apparecchiatura, ma prestava lavoro per schiacciare o bucherellare cibi durante la preparazione. Lo stesso valeva per Coltello.

Grazie alla loro assenza, a tavola le posate poterono escogitare liberamente un modo per vendicarsi. Una forchetta dal manico bruciato incitava gli altri a punire i due in modo esemplare. Cucchiaio invece non sentiva nulla, immerso nella salsa tonnata fino al collo.

Fu così che, non unanimamente, ma per la spinta di alcune posate più avvelenate, decisero che avrebbero punito Forchetta durante il lavaggio nella lavastoviglie.

Quando lo sportello si richiuse lentamente su di loro, facendole precipitare nelle tenebre, la tensione era alle stelle. Il silenzio sinistro fece tremare Forchetta.

All’arrivo dell’acqua, in un turbine di schizzi e detersivo, le posate si scatenarono. Forchetta capì che l’avrebbero linciata. Neanche tentò di difendersi, ormai non poteva  amare Coltello, non le importava più di niente. Quest’ultimo invece si battè per lei, ma con scarsi risultati.

Un’ora e venti più tardi, due mani aprirono la lavastoviglie. Tra i vapori comparvero le posate, sudate. Il cestello venne sollevato. Forchetta e Coltello erano irrimediabilmente rovinati, pieni di graffi, ormai inservibili. Le mani, perplesse e al contempo rammaricate, prelevarono le due posate d’argento e le misero da parte.

Forchetta, ferita, si strinse vicino a Coltello, ridotto peggio di lei. Poi, improvvisamente, si sentirono avvolti in un delicato abbraccio di seta.

Fu così che inaspettatamente ebbero la possibilità di continuare ad amarsi riposti in un cassetto, stretti in un tovagliolo ricamato, tra vecchi cimeli rotti, santini e biglie di vetro colorato.

Vicini, si ossidarono lentamente insieme.

 

 

 

 

Se posso darvi un consiglio…state attenti a come apparecchiate.

ombrellina
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lunedì, 04 febbraio 2008,ore 23:08

In attesa di postare la parte finale della straziante storia d'amore delle posate, vi informo che padrona di casa e sorella sono state scelte per la copertina del prossimo numero della prestigiosissima rivista VOGUE...

 

AHAHAHAHHAHA

della serie...se la cantano e se la sonano da sole!

per tutte le ragazze che desiderano fashionizzarsi o fare scherzi

 agli amici il sito è quello in basso a dx

ombrellina
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