Visto che non avete manifestato molto entusiasmo per il mio pezzo di cistifellea e visto che - oh cavolo!- è quasi finito giovedì e da poco avevo inaugurato la sezione : racconti del giovedì... sono praticamente obbligata a mettere un raccontino tanto per farvi passare un pò di tempo se capitate da queste parti.
E' una storiella direi da rivista femminile, chi soffre di diabete è bene che controlli il livello d'insulina prima...però l'ho scritta per il mio amore qualche giorno fa e ho avuto il suo permesso di postarla 
“Amore mio, io ti amo. Mi vuoi sposare?”
Gelsomina si sentì venir meno per la felicità. Un’onda d’emozione la investì e quasi si accasciò su di lui, baciandolo con tutto il peso del corpo. “Si…” gli sussurrò nell’orecchio, mentre le tremava il labbro inferiore.
Quando chiuse la porta della sua stanza dietro di sé, si buttò sul letto rimbalzando e stritolò il cuscino. Poi la stretta si fece sempre più debole e si addormentò.
Il sole filtrò dalla serranda e si fermò sulla sua fronte. Gelsomina si svegliò non tanto per la luce, quanto perché sentiva un prurito fortissimo ai piedi. Stava sognando di correre sul prato a piedi nudi e le sembrava che fossero gli steli d’erba a farle il solletico. Quando aprì gli occhi del tutto, provò fastidio nell’essere soffocata dal piumone pesante. Poi improvvisamente gridò.
Le sembrava che ci fosse qualcosa di impazzito e svolazzante sotto il piumone. Lo scaraventò a terra uscendo dal letto come una furia. Sul materasso non c’era niente, ma ora il frullio veniva dal pavimento, esattamente da sotto di lei. Sentendo il proprio battito del cuore nelle orecchie, abbassò lo sguardo e vide due paia di ali bianche che si agitavano e sbattevano sulle mattonelle.
“Oh mio Dio!!!”
Aveva le ali ai piedi.
“Mammaaaaa!!!!” urlò, pestando i piedi e scrollandoli come se sopra vi fosse stato attaccato qualche animale. “ Aiuto!!!”. Più si agitava più le ali sembravano impazzite. In casa non c’era nessuno e Gelsomina non ci capiva più niente. Poi le venne in mente Leandro e l’assalì la paura di non sapere come comunicargli la novità. L’avrebbe amata lo stesso anche con un paio di ali ai piedi? Improvvisamente le tornarono in mente i momenti meravigliosi della sera prima e sorrise. Ripensò agli occhi di Leandro persi nei suoi e a quanta sicurezza le riusciva a trasmettere, alle sue braccia calde tra le quali ogni pensiero svaniva.
Gelsomina si trovò tutto d'un tratto faccia a faccia col lampadario appeso sul soffitto.
Quando se ne rese conto e vide riflessa nello specchio l’immagine delle sue gambe svolazzanti al centro della stanza, si agitò tutta e si attaccò al lampadario, urlando. Poi si ricordò del corso di yoga e respirò profondamente. Le ali batterono con più regolarità e lei scese direttamente sul divano.
Il telefono squillò mentre lei, con mano tremante, accarezzava la sua novità fatta di piume bianche morbidissime. Si ricompose e alzò la cornetta.
“Pp..pronto…?”
Dall’altra parte del filo arrivò un :“ Bb..bbuongiorno amore…come stai?”
“Eeeh…beh…bene amore, mi sono alzata da poco…e tu?”
“Tutto…tutto bene amore, si, insomma nella norma…tutto nella norma amore, si, si.”
Gelsomina si rigirò tutto il filo del telefono intorno al dito. Si guardò i piedi con le nuove candide ospiti che ora erano tranquillamente ripiegate ai lati. “Glielo devo dire assolutamente”, pensò. “Ma può darsi anche che spariscano così come sono venute…oppure sto ancora dormendo e mi sembra tutto vero”.
Sentì che all’altro capo Leandro respirava piuttosto affannosamente, così si preoccupò.
“ Tesoro mio che hai? Sei sicuro che va tutto bene?”
Leandro respirò ancora più forte. “Si… te l’ho detto…Oddio amore, non so come dirtelo, è una cosa terribile, mi sono svegliato e mi sono spuntate le ali ai piedi!!”
Gelsomina rimase in silenzio. Poi scoppiò a ridere, ma una vera risata, di quelle che non finiscono più e le ali iniziarono a portarla in alto, così che rideva restando attaccata al telefono a testa in giù, con la camicia da notte che le era scesa scoprendole le cosce.
“Ahahah le ali…amore…le ali ai piedi….anche io ho le ali ai piedi!! Ahahah amore sto volando!!!!”
Due mesi più tardi Leandro e Gelsomina si sposarono.
Fu la cerimonia più bizzarra del quartiere e al momento dello scambio delle fedi i testimoni dovettero reggere gli sposi aggrappandosi ai loro vestiti perchè entrambi si dirigevano pericolosamente verso la volta della chiesa.
Si dice che anche se sono al quarto bambino, quei due svolazzino ancora.

"Si chiama "Big Donor Show" ed è il reality show della Endemol(la fabbrica dei reality recentemente acquistata da Mediaset) che mette in palio gli organi di una malata terminale, contesi da tre pazienti dializzati in lista d'attesa.
In pratica, Lisa, 37 anni, dovrà decidere a chi donare i propri reni una volta morta. Sarà aiutata dal pubblico da casa che le indicherà, via sms, quale tra i tre candidati è "più meritevole" e potrà beneficiare del suo rene."
AIUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!
Sono diventati tutti pazzi.
Ah comunque io ho un pezzo di cistifellea che non mi serve, se siete interessati contattatemi che ci mettiamo d'accordo con un giochino simpatico!
Lo odio.
Che cavolo è venuto a fare qui? Ma chi lo vuole? Con quella faccia da imbecille, la bocca sempre aperta in un sorriso da ebete... E’ un tipo appiccicosissimo e pensa pure di essere simpatico! Gli farò vedere io chi comanda qua dentro…Non capisco mai che vuole e ha pure la faccia tosta di venirmi a cercare! Invadente e stupido. Anche maldestro e disordinato. Visto che sono io la padrona di casa, potrebbe anche degnarsi di trattarmi con maggiore rispetto, invece sembra che non gliene importi nulla. Vedrà come cambieranno le cose…Tutti intorno a lui devono stare. Sua maestà vuole ricevere le attenzioni di tutta la casa. Facciamogli un inchino a quel cretino, no?
L’altro giorno stavo dormendo tanto tranquilla e lui all’improvviso ha iniziato a gridare. Che voce orribile! Mi ha fatto prendere un colpo. E’ arrivato da poco e già si prende queste libertà, chissà che cosa combinerà col passare dei giorni. Sei un ospite? Allora comportati da ospite. Fa rumore perfino quando cammina!
Per fortuna ogni tanto prende e se ne esce insieme a qualcuno. Che dovrà fare non lo so, ma non mi importa saperlo, almeno per quei minuti ritorna la quiete qua dentro.
Non parliamo poi di quanto è disgustoso quando mangia. Non ho mai visto niente di simile, di un rozzo, ma di un rozzo… non c’è volta che non si strafoghi, come se non mangiasse da una settimana. Che individuo spregevole. Non so per quanto ancora dovrò sopportare la sua presenza, ma le cose qui cambieranno. Ah se cambieranno!!!
Questo è il monologo interiore che la mia gatta
dev'essersi ripetuta più volte quando portammo a casa il cane... le cose effettivamente sono cambiate : lei lo ha messo in riga, lui la rispetta e se si prende troppe libertà lo schiaffeggia sul muso!!!

Il signor V. decise che quella mattina il caffè era troppo bollente e che il buongiorno della barista non era stato sufficientemente cordiale. Il sole, nonostante i vetri opachi, era troppo luminoso e il giornale troppo grosso da sfogliare seduti al tavolino del bar.
Quel bambino con le dita appiccicose di cornetto era eccessivamente colorato nel suo cappottino sgargiante e ostacolava il fornitore di panini troppo frettoloso di consegnare le scatole.
Il signor V. si guardò le scarpe e pensò che erano troppo piene di piedi.
Tre quarti d’ora prima, il signor V. si era svegliato anticipando di un minuto la radio che poi aveva iniziato a parlare da sola delle previsioni del tempo come ogni mattina e toccandosi la faccia, l’aveva trovata più ispida del solito.
Si era poi alzato infilando i piedi pelosi nelle ciabatte di pelle perfettamente allineate sul tappetino persiano e si era dunque diretto verso la finestra per rendersi conto che le persiane erano un sistema troppo antiquato e le sue in particolare, troppo vecchie e scrostate per essere definite decorose.
Il signor V. trascorse un quarto d’ora davanti allo specchio per poi decidere che non doveva guardarsi: era troppo grigio e storto. Così, prima era uscito dalla vestaglia bordeaux a pied de poule e poi dalla porta per mettere qualcosa nello stomaco.
Aveva comprato il solito giornale e si era seduto al solito tavolino, per un sano caffè.
“Ha sentito che
La barista orgogliosa, iniziava la giornata così, lucidando di chiacchiere il bancone, mentre la signora Cesira l’ascoltava con la crema pasticcera sospesa agli angoli della bocca.
Anche il signor V. ascoltò e mentre ascoltava guardò il pavimento a quadri. Ritenne che sicuramente sarebbe stato meglio a mattonelle ondulate e dunque lo trovò orribile.
“Signor V., lei ci va al matrimonio della Maria?” gli disse
“No.”
“No? Pensavo di si, ma non la conosce da tanti anni?”
“No.”
“Eppure mi sembrava. Non sembrava così anche a lei, cara? E non conosce anche lo sposo, come si chiama…quel brav’uomo…Salvatore?”
“No.”
Il signor V. pensò che la signora Cesira era un enorme e stucchevole croissant alla crema pasticcera ricurvo sullo sgabello.
“Ma certo che li conosce il nostro signor V.”, disse la barista lucidando energicamente una mensola. “Solo che questa mattina…è un po’ così!” ed esplose in un sorriso mostrando una fila di denti lucidissimi.
“Mi dia altri tre cornetti alla crema per i miei nipotini, cara. Sono i miei piccoli tesori, quei due.”
Al signor V. vennero in mente i nipoti grassocci della signora Cesira, con i loro anelli di ciccia ai polsi.
“Arrivederci cara, Arrivederci signor V.”
“Arrivederci.”
Il signor V. si alzò e pagò il caffè lasciando gli spicci sul tavolo. Uscì e si rese conto che non aveva nulla di particolare da fare e la cosa lo irritò ancora di più, così si diresse verso le panchine della piazzetta dispiegata attorno al monumento ai caduti sentendosi con fastidio l’inchiostro del giornale sulle dita. Intorno a lui iniziarono ad arrivare signorine orientali con neonati occidentali nel passeggino, ed alcuni suoi più o meno coetanei che si scioglievano lentamente le ossa al sole.
Il signor V. pensò che quella piazzetta era troppo uguale a tante altre, esattamente come quella mattina. Si avvicinò alla ringhiera per guardare meglio il panorama e il freddo del metallo sulle gambe gli passò attraverso i pantaloni, dandogli una sensazione spiacevole. Posò lo sguardo sulla cascina in fondo, a pochi passi dal ponte di legno.
Rivide Maria ventenne che passava il ponticello avanzando in un vestitino di cotone a fiorellini, scollato sul davanti, con i seni che facevano su e giù ad ogni passo e la braccia alzate nel tentativo di tirarsi su i capelli neri per sentire meno caldo.
“Ciao Maria” le aveva detto allora con la voce strozzata.
“Ciao Alberto. Che fai qua? Hai staccato prima oggi?” Per parlargli si copriva con una mano gli occhi dal sole del primo tramonto.
“Si, sono corso qui per vederti, perché so che passi qua a quest’ora e volevo vedere quanto sei bella quando cammini così con questo sole”, aveva pensato.
“Si.” Aveva risposto.
“Alberto, lo sai, mi sposo.”
“Ah” aveva sussurrato, mentre gli sembrava che la terra sotto la staccionata sulla quale era appollaiato lo risucchiasse e che fosse aiutato nello sprofondamento da un masso che gli premeva sulla testa e sulle spalle.
“Giovanni è un brav’uomo, anche mamma è contenta…”
“Mi scusa signore, sai dire che ora è?”
Il signor V. si voltò scocciato verso quella voce straniera. “Le dieci meno un quarto”.
“Grazie. Ah,senti sai dove posso trovare banca?”
“Certo che lo so, mi conoscono tutti qua, ho lavorato quarantacinque anni in banca, se tu non fossi giovane e di chissà che posto, lo sapresti da sola che la banca qua non la conosce nessuno meglio di me”, fu un lampo, ma pensò tutto questo mentre le rispondeva con un poco cortese e stizzito “Laggiù”.
Il signor V. pensò che non poteva far niente di meglio che passeggiare. Del resto non aveva grandi alternative e ritenne opportuno dar retta alla barista che decantava le virtù del moto ad ogni età. Camminando se la prese con le aiuole troppo ricche, con i marciapiedi stretti, con gli automobilisti indisciplinati, con i cartelli pubblicitari che erano troppo idioti e con il callo del piede sinistro che ricominciava a fargli male. Rallentò passando di fronte alla merceria di Maria, facendo finta di non vedere. Ma arrivato all’angolo, se la trovò di fronte.
“Alberto, ciao!”
“Ciao Maria, ti trovo bene”.
Lei si passò una mano inanellata e con la pelle sottile fra i capelli corti illuminati dal riflessante argento. Gli sorrise, quasi timida.
“Sicuramente l’avrai saputo, qua chiacchierano tutti…”
“Si, congratulazioni. Salvatore è davvero un brav’uomo. Vi auguro di essere felici”.
“Ti ringrazio. Sai, all’inizio mi sembrava un po’ assurdo risposarmi a quest’età. Certo poi…ne parlo a te che non ti sei mai sposato”.
Il signor V. fece un mezzo sorriso che non sembrava tanto tale. “”Si, io non sono un esperto in materia. Comunque tu sei anche più giovane di me, quindi…”
Maria si girò e vide che di fronte al suo negozio stava parcheggiando un furgoncino blu.
“Alberto scusami,ti devo lasciare che ho i fornitori. Comunque ti aspetto al matrimonio, eh? Ciao caro”.
“Ciao, buon lavoro”.
Il signor V. la guardò allontanarsi nel soprabito color prugna, un po’ appesantita, ma sempre bella. Si mise il giornale sotto al braccio e girò l’angolo.
Iniziò a pensare che ancora un volta aveva dimenticato di dire a Svetlana, la donna delle pulizie, di non spostargli il sapone da barba dalla mensola a destra e di non togliere il plaid dal divano per rimetterlo nell’armadio. Si ricordò che l’ultima volta, mentre cantava a squarciagola canzoni russe passando l’aspirapolvere, Svetlana aveva risucchiato per distrazione il suo calzino grigio fumo, andato irrimediabilmente perduto.
Accelerò il passo per arrivare prima a casa; aveva un’andatura nervosa, stizzita, in più il callo gli faceva sempre più male. Si, Svetlana si sarebbe certamente anche dimenticata di passare lo straccio nello stanzino e avrebbe fatto cadere le molliche della tovaglia sul balconcino della signora di sotto. Stavolta non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Anche perché quella era un pessima giornata, se ne era accorto subito lui che aveva un sesto senso per queste cose.
Ed erano solo le dieci del mattino.

Mettiamola così...Diciamo che la mia passione per la nostra lingua mi ha portato a sperimentare su di me tutti i significati di questa parola in questo periodo...sono in un pieno valtzer di afflizioni e asma!
Che rottura!!!
E' un raccontino molto molto stupido, però è dedicato a tutti quelli che seppelliscono le proprie passioni...NON SI FA!!!!

Ruggero guardò l’orologio, il frigorifero vuoto, si toccò con la mano la barba incolta e poi riguardò l’orologio e il frigorifero.
“Devo andare assolutamente a fare la spesa stamattina, se no oggi non so che mangiare.” pensò osservando i pianali deserti. Si girò per strappare un foglietto da un blocco degli appunti e rovistò nel portapenne.
“Ecco, questa non scrive… questa nemmeno la mina ha…che nervi…questa rossa forse funziona…”
Niente. Non c’era una penna in grado di scrivere. Ruggero, piuttosto irritato, si precipitò nella sua stanza da letto, aggredendo il cassetto della scrivania. Lì era sicuro di trovare la sua vecchia stilografica.
“Finalmente! Almeno questa scriverà, sempre se non è secco l’inchiostro.”
Fece uno scarabocchio di prova sul foglio e vide un segno veloce, deciso.
“Alleluia” disse fra sé e sé.
Iniziò a organizzare mentalmente la lista della spesa. Si chiese se fosse stato meglio andare al mercato, al supermercato o entrambe le cose. Poi partì con lo scrivere gli elementi basilari.
“Pane, latte, carne, uova…”
“AHIA!!!” improvvisamente gridò, lasciando cadere la penna e portandosi il dito indice alla bocca per succhiarlo.
Lo guardò allibito e non c’erano dubbi: la penna lo aveva appena morso.
Lei se ne stava là, lucente con la pancia per aria, tra le uova e la carne, con aria innocente.
“Ma…ma stiamo scherzando, ma che cavolo è?” disse guardando con circospezione la sua stilografica. La riprese fra le dita e si disse da solo di essere un pazzo; leggermente convinto, a malincuore, di questa autodiagnosi, riprese a scrivere la lista.
“Allora, insalata, prosciutto cotto, spinaci, merluzz…aaahhh!!” questa volta fu costretto a lanciare la penna per terra, dato che era stato morso sullo stesso punto.
“Non è possibile, ma che cos’è!!!!!” gridò per sfogarsi.
Lei era rotolata in un angolo e lacrimava inchiostro blu ai piedi dell’aspirapolvere. Ruggero si riguardò il dito, sconcertato: c’erano quattro buchetti bluastri, vicinissimi fra loro. “Magari è stato un insetto e mi sono immaginato tutta questa faccenda ridicola.” Guardò la penna a terra, si ricordò che era un regalo di suo padre, gli fece pena quasi come fosse stata umana e la raccolse, posandola sulla scrivania. Poi l’orologio gli fece presente che aveva molte cose da fare prima di iniziare il turno alla biglietteria, prese il foglio con le quattro cose che aveva scritto e uscì.
Quando Ruggero fece ritorno, era molto stanco. Non era stanchezza fisica la sua, in fondo quante energie ci vogliono a staccare biglietti e prendere le prenotazioni per gli spettacoli del giorno? Eppure ogni volta si sentiva sfinito e se ne tornava a casa con quel pizzico in più di insoddisfazione che si andava ad aggiungere a tutti gli altri dei giorni e mesi precedenti. A volte pensava di essere un cervello sprecato, ma non lo voleva ammettere. Portava avanti la sua vita, in attesa che le cose cambiassero così, da sole.
Posò la giacca sulla sedia, si tolse la maglietta e accese la lampada sulla scrivania. Mentre si dirigeva al bagno con la coda dell’occhio notò una serie di parole scritte su un foglio. Sembrava proprio la sua calligrafia, eppure era sicuro di non aver scritto niente prima di uscire. Si avvicinò, curioso.
“Tu non mi usi più, non voglio scrivere solo la lista della spesa”.
Ruggero sgranò gli occhi non credendo a quello che aveva appena letto. Vicino al foglio la penna perdeva silenziosa piccole gocce d’inchiostro. “Io sto diventando pazzo sul serio” , pensò passandosi una mano sulla fronte fredda e sudata.
“C’è qualcuno qui? Mi state facendo uno scherzo?” disse a voce alta girando su se stesso agitatissimo. Poi si buttò sulla poltrona lì vicino, con i gomiti sulle ginocchia e guardandosi i piedi con la testa fra le mani. Improvvisamente sentì un rumore provenire dalla scrivania. Rabbrividì, con i nervi tesi. Quando sollevò la testa gli si presentò davanti una scena incredibile: una penna stilografica danzante sulla carta. Inizialmente non riuscì ad alzarsi dalla poltrona, pietrificato. Poi prese coraggio e si avvicinò. La penna scivolava libera lasciando una scia di inchiostro.
La calligrafia era la sua, era evidente, ma la frasi si costruivano da sole, seguendo il ritmo della penna. “Sono stata io a scrivere…mi hai abbandonata e non voglio seccarmi come ti stai seccando tu…ti prego usami”. La penna si sollevò e poi diede un colpetto al foglio, ponendo un bel punto blu dopo l’ultima parola.
Ruggero smise di pensare a come fosse possibile una cosa del genere e prese il foglio in mano. Lesse e rilesse quella frase, cercò di parlare con la penna, ma lei restava vicino al tagliacarte, immobile e muta. Si risedette sulla poltrona e con il foglio tra le dita scoppiò a piangere. Pensò a quanto amava scrivere, alla laurea in lettere della quale dopo sei anni non aveva ancora ritirato l’attestato, a quando si svegliava tutte le mattine pensando che avrebbe scritto, scritto e ancora scritto, a quando leggeva di nascosto sotto le coperte illuminato dalla torcia elettrica del nonno…
Tra una lacrima e l’altra Ruggero finì con l’addormentarsi sulla poltrona.
La mattina dopo, fatta colazione, si sedette alla scrivania con decisione. Stese il foglio con la mano, prese la penna stilografica che nel frattempo aveva smesso di perdere inchiostro e chiuse gli occhi. “Ma si, va…ricomincio da te.”
Quando la punta e la mano poggiarono sulla carta, Ruggero iniziò:
“Antonio guardò l’orologio, il frigorifero vuoto, si toccò con la mano la barba incolta e poi riguardò l’orologio e il frigorifero…”
Buon inizio settimana a tutti! Per me sarà la settimana della rinascita...devo fare un sacco di cose molto importanti, rimboccarmi le maniche e darmi da fare! Vi lascio qualche foto del meraviglioso pomeriggio di ieri...
Alcuni esemplari del roseto comunale...


Un tramonto classico...
E poco dopo uno acquatico

...con annesso bagnetto dei gabbiani 

Anche io ho deciso di cimentarmi nella scrittura di una favoletta come quella del post di ieri. Dopo un'oretta di applicazione questa mattina, ecco cosa è uscito fuori...peccato che io tenda sempre al delirante
:
C'era una volta, in un regno lontano, una terribile principessa megalomane. Il suo passatempo preferito era scaraventare oggetti addosso agli sfortunati membri della corte ed in particolare, amava seviziare la dama di compagnia leggendole storie scritte di suo pugno. La principessa megalomane infatti, era convintissima di essere una grande scrittrice e proclamava ad alta voce versi sconclusionati, autodefinendosi raffinatissima ermetica.
La dama di compagnia d'altro canto, oltre ad aver imparato a schivare specchi, spazzole e portagioie, aveva fatto propria l'arte della dissimulazione, indossando perennemente un sorriso inespressivo e annuendo silenziosamente con la testa. In realtà, durante la lettura, chiusa nel mondo ovattato dei tappi in cera accuratamente nascosti da due strategiche ciocche di capelli , immaginava di veder rotolare la principessa dalle scale o di affogarla nella sua vasca da bagno di
La principessa megalomane odiava essere contraddetta. Chiunque in passato aveva tentato di presentarle il mondo sotto un altro punto di vista, era stato immediatamente defenestrato. Aveva fatto costruire una torre altissima fatta di caramelle - perchè adorava le cose dolci, alcuni sovrani di regni vicini malignavano che fosse per compensazione - e da lì ogni dissidente osservava il suo ultimo panorama.
Altra sua peculiarità era il non poter accettare che ci fosse qualcuno migliore di lei. In tutti i campi si proclamava onnisciente e ogni sera, prima di andare a letto, accarezzava il martelletto tempestato di pietre preziose, con il quale emetteva le sue sentenze.
Un giorno però, arrivò a corte un giovane hippy che non aveva paura di nessuno e chiese di essere ricevuto da Sua Altezza. La principessa megalomane si presentò sfoggiando il suo più bell'abito di piume di pavone e sedette sul suo altissimo trono.
"Dimmi giovane sfrontato, cosa ti porta qui da me? La tua impudenza credo, dato l'abbigliamento."
"Altezza, vi propongo un esperimento. Sapete, mi sto laureando in scienze della comunicazione e mi hanno incaricato di fare un sondaggio."
"Svelto per carità, che ho una defenestrazione tra poco e un verso meraviglioso che mi bussa in testa e che devo assolutamente annotare"
"Vedete altezza, all'università da qualche anno hanno istituito un criterio di valutazione degli insegnanti da parte degli studenti. Si tratta di riempire in forma anonima una scheda. Così i professori sanno cosa pensano di loro gli allievi."
"Cosa credi che me ne importi di queste fandonie? Arriva al dunque."
"Vi propongo di fare un test di questo tipo con il vostro popolo. Magari non così diretto, chiedete cosa adorano di più, può esservi utile."
"Che idiozie, è ovvio che adorino tutti me più di qualsiasi altra cosa."
Il giovane venne defenestrato.
Durante la notte, il sonno della principessa megalomane fu molto agitato. Si svegliò tutta sudata e la cosa la irritò moltissimo. Alle 3 di notte fece buttare giù dai letti tutti gli scribi del regno affinchè compilassero al pc le schede che le aveva consigliato il giovane impudente.
La mattina dopo, davanti ad ogni porta fu deposto un plico col bollo della sovrana in glassa di zucchero. Alle sei del pomeriggio ai piedi del trono giaceva un'enorme catasta di fogli. La principessa megalomane entrò fasciata in un abito d'oro massiccio che la rendeva alquanto goffa e appesantita, ma la faceva splendere più di qualsiasi altro mobilio in sala. Con un gesto della mano ordinò che iniziasse lo spoglio delle schede.
"Il pollo arrosto. La lasagna al pesto della zia Pina. Il sole al tramonto. Le cosce di mia moglie. Il calendario di Jhonny Depp. Le offerte 3x2 al supermercato dietro l'angolo..."
"COOOOOOSAAAAAAAA?????" La principessa megalomane si alzò sbattendo le maniche del vestito sui braccioli del trono e provocando un'onda metallica assordante che inondò la sala. Lo spoglio delle schede continuò fino alla fine e non ci fu una scheda che la indicasse come oggetto di adorazione.
La principessa megalomane divenne prima bianca, poi rossa, infine leggermente verdognola. Si alzò, si portò al centro della sala e poi urlò:
"DEFENESTRATELI TUTTI!!!!!!!!!!!!!!"
Tutti rimasero pietrificati. Poichè nessuno era stato escluso dal compilare le schede, comprese le guardie di palazzo, si resero conto che avrebbero dovuto defenestrarsi a vicenda. Perciò rimasero immobili.
La principessa megalomane ebbe dunque un attacco isterico in piena regola. Finito l'attacco, restò nel normale stato semi allucinatorio e si avviò verso la torre della defenestrazione. Iniziò a mangiarne la base, con foga, desiderosa di sentire il dolce in bocca. Dopo qualche minuto, sentì un rumore sordo provenire dall'alto. Alzò la testa con la bocca piena e anch'essa vide il suo ultimo panorama,ma dal basso. La torre veniva giù,
Il popolo e i rappresentanti della corte diedero fuoco alla montagna di dolci, che divenne un unico blocco di zucchero cristallizzato. Poi ridendo, se ne andarono tutti in massa a mangiare le lasagne al pesto dalla zia Pina.


L’imperatore Tetraedro viveva in un palazzo fatto esclusivamente di elastici. Sulla destra alcune fontane spruzzavano getti flessibili di gomma, sottili come seta; a sinistra, dieci menestrelli suonavano giorno e notte su liuti di elastici.
L’imperatore era amato da tutti.
La notte, quando i sottili cani dormivano e la musica cullava tutti nel sonno, a eccezione dei più vigili, il grande palazzo riposava sbarrato e protetto contro gli assalti dei malvagi Isosceli, nemici giurati dell’aggraziato tetraedro.
Di giorno però le guardie spalancavano le grandi porte inondando la pianura di luce, così che si potevano recare doni all’imperatore.
Molti portavano doni; pezze di tessuto così fini che sarebbe bastato un soffio d’aria a dissolverle, pezze così robuste che ci si sarebbero potute costruire intere città.
E inoltre storie d’amore e di follia.
Un giorno una bellissima donna portò all’imperatore un teatrino girevole animato da nani. I nani mettevano in scena tutte le tragedie conosciute e molte delle commedie. Le recitavano tutte insieme, così che era una fortuna che Tetraedro avesse tante facce, altrimenti sarebbe morto di fatica.
Le recitavano tutte nello stesso istante e l’imperatore, camminando intorno al teatro, poteva vederle tutte insieme, se voleva.
Così, camminando in tondo, imparò una lezione molto importante:
che nessuna emozione è quella definitiva.


Caro blog…ti sto trascurando, dopo il compleanno sono stata fuori Roma e poi tra una cosa e l’altra non ho avuto tempo di scrivere nulla. Sarà che compiere gli anni è un po’ come arrivare a una piattaforma in mezzo al mare, riposarsi e riprendere con più energie…sarà perché vicino ho una persona stupenda e speciale, ma è indubbiamente per me un periodo di cambiamenti. Mi sto mettendo in moto su più fronti per migliorare tutte le cose che non andavano in me e che specialmente negli ultimi mesi erano veramente degenerate. Mi sento piena di entusiasmo e di energie. Ho sempre avuto paura di non poter concludere nulla nella mia vita, che la stima degli altri nei miei confronti fosse esagerata e senza vere basi. E’ inutile che io mi comporti in modo da darmi ragione. Ho deciso di smentirmi e farò di tutto per raggiungere i risultati che stanno lì ad aspettarmi da un bel pezzo.
Grazie amore mio.